I luoghi più pericolosi della Terra

Il futuro ci riserva delle sorprese. La storia del Covid 19 dovrebbe insegnarci tuttavia che possiamo prevenire i danni derivanti dai pericoli e affrontare qualsiasi problema possa minacciare la nostra esistenza valutando gli interventi che li possano scongiurare.

Carlo Raspollini

27 agosto 1986, Le acque del Lago Nyos in Camerun esalarono potenti veleni che sterminarono la popolazione sulle sue rive. Image by © Thierry Orban/Sygma/Corbis

Ci sono luoghi che rappresentano pericoli gravissimi per le popolazioni che li abitano. Non c’è solo il Vesuvio, la cui eruzione data per inevitabile, potrebbe fare una strage tra chi vive sulle sue pendici e colpire la stessa Napoli. Isole dell’Oceano Pacifico dove esistono radiazioni nucleari, città russe come Kantubek (Vozrozhdeniya Island), contaminate da antrace e vaiolo, zone dell’Azerbaijan dove i vulcani di fango bollente possono eruttare all’improvviso e ricoprire le aree circostanti per chilometri. Laghi che nascondono gas metano e biossido di carbonio che, esplodendo all’improvviso, potrebbero uccidere milioni di abitanti sulle sue rive. Sono solo alcuni dei luoghi più pericolosi della Terra.

Sono pericoli legati in parte alla natura. Non possiamo prevedere sempre il momento in cui potrebbe manifestarsi l’evento pericoloso, ma in molti casi si tratta di una costante. Come le radiazioni, il troppo caldo o il troppo freddo. Sono luoghi da evitare ma pure sono abitati nonostante la situazione estrema. Bisognerebbe fare qualsiasi cosa per impedire che si possa causare danno alla popolazione per una eruzione, uno scoppio improvviso, un inquinamento continuato, affinché non ci rimettano la vita migliaia o milioni di esseri umani.

Non esistono più luoghi “del tutto” isolati

I luoghi origine di contaminazione da virus, come i mercati asiatici, dove animali selvatici vengono a contatto con l’uomo, dovrebbero essere oggetto di un’attenzione particolare, per assicurare maggior igiene. L’impegno di governi e istituzioni sanitarie dovrebbe essere rivolto nell’aiutare gli abitanti di quei luoghi e, di conseguenza, tutta la popolazione mondiale. Perché oggi una contaminazione rischia di riguardare tutto il Pianeta, grazie alla rapidità delle comunicazioni aeree. Si dovrà fare qualcosa per prevenire il rischio, comunque evitabile, anche se con costi alti, ma non impossibili da affrontare, se vogliamo salvare la nostra civiltà, la nostra specie e le nostre economie. Non permettere che vi siano località che possano mettere a repentaglio la vita sulla Terra, se non circoscritte e non visitabili.

Voglio parlare qui di tre casi particolari. Il Lago Kivu tra Ruanda e Congo, potrebbe essere fonte di energia e invece resta un pericolo per chi vive sulle sponde del lago. L’atollo di Bikini, nell’arcipelago delle Isole Marshall, se fosse visitata per errore da un navigante impreparato diventerebbe luogo di morte certa per le radiazioni ancora presenti. Norilsk, porta d’accesso alla penisola Taymir in Russia, costruita dai prigionieri dei Gulag, sopra il 69° parallelo, non lontana dal Polo Nord, è una delle città più fredde del mondo e più inospitali, anche se abitata da una popolazione che rischia di vivere meno della media generale per via dell’inquinamento. Dallol, in Etiopia, uno dei luoghi più caldi della Terra e disabitato da decenni ma con una popolazione nomade che ne sfrutta la produzione di sale.

Lago Kivu tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo

Il lago Kivu – Ruanda/Congo

Nell’Africa centrale c’è un lago che ha una pericolosa propensione a esplodere, ma sfruttarlo come fonte di energia potrebbe aiutare a evitare il disastro. Ne parla John Wenz in Knowable Magazine del 15 ottobre di quest’anno. Il lago si trova sul confine tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo. Il Kivu è uno di quelli che costeggiano la Rift Valley dell’Africa orientale.  Il continente africano vede lentamente assottigliarsi la sua crosta per l’azione delle forze tettoniche. Da lì si innesca l’attività vulcanica, creando sorgenti calde sotto la superficie del lago, che alimentano acqua calda, anidride carbonica e metano negli strati inferiori. Questi gas dovrebbero uscirebbero fuori dall’acqua, ma la grande profondità del Kivu – più di 460 metri nel punto massimo – crea così tanta pressione che rimangono dissolti. Questa miscela di acqua e gas disciolti non risale perché più pesante e più salata, a causa dei sedimenti che scendono dagli strati superiori del lago e dai minerali nelle sorgenti termali, che ne aumentano ulteriormente la densità. Il risultato, afferma il limnologo Sergei Katsev dell’Università del Minnesota Duluth, “è un lago con diversi strati distinti di acqua di densità nettamente diverse, con solo sottili strati di transizione”.

C’è mescolanza all’interno di ogni strato, ma non interagiscono tra loro. “Basti pensare all’intera massa d’acqua seduta lì per migliaia di anni senza fare nulla“, dice Alfred Wüest, fisico acquatico dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Losanna, che ha studiato vari laghi anomali nel mondo compreso il Kivu.  La sua insolita stratificazione e la CO2 e il metano intrappolati nei suoi strati più profondi potrebbero dare il via a una eruzione limnica. Gli scienziati temono che il Kivu possa essere maturo per un evento simile, con enorme pericolo per le popolazioni che vivono sulle sue rive.

Gli effetti delle esalazioni del lago Nyos

Lago Nyos – Camerun

A 2.250 km a nord-ovest di Kivu, un lago craterico in Camerun noto come Lago Nyos accumula e intrappola in modo simile grandi quantità di gas disciolto – in questo caso CO2 – da una bocca vulcanica sul fondo del lago. Il 21 agosto 1986, forse a causa di una frana, una grande quantità di acqua è stata improvvisamente spostata, facendo sì che la CO2 disciolta si mescolasse rapidamente con gli strati superiori del lago e si liberasse nell’aria. Una grande e mortale nube di gas ha asfissiato circa 1.800 persone nei villaggi vicini.

Nyos è un lago relativamente piccolo, che misura 1,6 km di lunghezza e un po’ meno in larghezza e meno di 210 metri di profondità. Kivu è lungo 89 km, largo 48 nel punto maggiore e profondo più del doppio di Nyos. A causa delle sue dimensioni, dice Katsev, il Kivu “ha il potenziale per una grande e catastrofica eruzione limnica, in cui verrebbero rilasciate molte miglia cubiche di gas“.

Circa 14.000 persone vivevano vicino a Nyos al momento dell’eruzione. Oggi più di due milioni vivono nelle vicinanze del lago Kivu, compreso circa un milione di abitanti della città di Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo. Se il Kivu dovesse scoppiare, dice la limnologa Sally MacIntyre dell’Università della California, a Santa Barbara, “sarebbe una catastrofe“.

Estrazione di gas metano dal Lago Kivu

Estrazione delle profondità

Man mano che le concentrazioni di gas aumentano nelle profondità del Kivu, aumenta anche il rischio. Gli scienziati hanno scoperto che la concentrazione di CO2 è aumentata moltissimo nel tempo e ugualmente quella del metano, almeno del 20%. Potrebbe non esserci rischio se si utilizzassero quei gas per fornire energia alla regione, sottraendoli così alla potenziale esplosività del luogo. Nel 2008, il Ruanda ha lanciato un programma pilota che porta il metano dal lago a bruciare come gas naturale e nel 2019 ha firmato un contratto per esportare metano in bottiglia . Un programma di estrazione di metano molto più ampio, chiamato KivuWatt , è arrivato online nel 2015.

Nel progetti si prevede di pompare acqua  dagli strati profondi del lago e quando la pressione si viene a ridurre su quell’acqua, i gas vengono rilasciati. Il metano viene estratto per essere utilizzato come combustibile e la CO2 viene pompata di nuovo sul fondo del lago. “Prendono questo gas, lo spediscono tramite gasdotti a terra e lo bruciano come si brucerebbero combustibili fossili per generare elettricità“, dice Katsev.

Per le persone che vivono nelle vicinanze del lago, questa potrebbe diventare un’importante fonte di energia. Una volta che KivuWatt sarà completamente online, i 100 megawatt di potenza prodotti dal progetto potrebbero fare una differenza significativa per il Ruanda, un paese in via di sviluppo, dove solo il 35% della popolazione ha accesso all’elettricità .

La raccolta dei gas del Lago Kivu potrebbe aiutare a ridurre il rischio di eruzione, anche se non lo eliminerà. Per un lago con così tanto pericolo in agguato, qualsiasi riduzione del rischio è un passo utile verso la soluzione.

Bikini più radioattivo di Chernobyl e Fukushima

Le isole Marshall e l’atollo di Bikini in particolare, erano utilizzati per effettuare test nucleari dagli Stati Uniti. Dopo 60 anni dalla fine di quelle esplosioni la radioattività su alcune delle Isole dell’Oceano Pacifico è superiore a quella che si misura attorno a Chernobyl.

In quella parte delle Isole Marshall non si prevede un possibile ritorno per l’uomo né adesso né mai: sono isolotti, atolli e piccoli arcipelaghi che si estendono su di una superficie complessiva di circa 12.000 km quadrati di Oceano Pacifico, con meno di 200 km quadrati di suolo. Nella regione settentrionale di questo Stato insulare a metà strada tra le Hawaii e l’Australia, tra il 1946 e il 1958 gli Stati Uniti condussero 67 test nucleari e la radioattività è, ancora oggi, talmente elevata da rendere improponibile la ricolonizzazione di isole come Bikini: è quanto risulta da uno studio pubblicato su PNAS, condotto da ricercatori della Columbia University (New York).

Il reattore scoppiato alla Centrale di Chernobil www.rarehistoricalphotos.com

Ci sono altri luoghi pericolosi per le radiazioni dovute a esplosioni, non di bombe ma di reattori nucleari, che alla fine è un po’ la stessa cosa. Il 26 aprile 1986 l’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, distrusse l’intera copertura dell’edificio della centrale, che divenne uno dei luoghi più pericolosi sulla Terra. Per mesi la nube radioattiva mise in apprensione le popolazioni europee. Se una persona si fosse fermata per soli due minuti dove avvenne l’esplosione, la quantità di radiazioni assorbite l’avrebbe uccisa. Le conseguenze di quel disastro sono note a medici e scienziati che tengono sotto controllo le popolazioni di quei territori, anche se Chernobyl venne abbandonata e così Pripyat, in Ucraina, la città più vicina.

Una analoga situazione si registra nelle vicinanze della centrale di Fukushima, in Giappone, compromessa dallo tsunami e successiva esplosione del reattore del 2011 e ancora in fase di messa in sicurezza. L’inquinamento si è riversato anche nel tratto di mare antistante la Centrale compromettendo la pesca e la sicurezza di quelle acque per le migliaia di anni a venire. Questi episodi hanno messo sotto accusa l’uso delle centrali nucleari come fornitura di energia “pulita”, perché al di là della messa in sicurezza della centrale stessa, un evento naturale fortuito può mettere a repentaglio la vita delle popolazioni circostanti per centinaia fino a migliaia di chilometri, rendendo inabitabili quei luoghi per sempre. Ne vale la pena?

Dallol, dove la temperatura raggiunge i 60°C

Il luogo più inospitale e caldo della terra si trova in Etiopia, in una landa desolata salina e desertica della Dancalia, dove si trova il vulcano Dallol. Il luogo ha sembianze extraterrestri, cosparso da geyser che raggiungono anche i 100°C, sorgenti acqua che ribolle, fumarole come a Pozzuoli, con emissioni di gas tossici e aree cosparse di melme colorate e ricche di acidi, vere e proprie trappole per animali e persone che vi si dovessero avventurare.

Per fortuna questo è uno dei luoghi più disabitati al mondo, come ce lo descrive Annalisa Lo Monaco nella rivista Vanilla Magazine: “I colori incredibilmente vivaci delle formazioni sono dovuti proprio ai molti minerali presenti nel terreno, in particolare sali, come il cloruro di potassio, sodio e magnesio; lo zolfo incornicia di giallo acceso molte delle sorgenti, che nascondono acque velenose.”

Pure in un luogo così inospitale vive una popolazione nomade, gli Afar. Si dedicano alla estrazione del sale che poi, con i dromedari, portano in altre località del Sudan e dell’Etiopia per commercializzarlo. Il sale è così l’oro di questa gente, la unica fonte di sussistenza. In passato hanno dovuto subire attacchi armati di ribelli eritrei o anche di ladri, tanto che i pochi turisti che si avventurano da queste parti possono farlo solo con la scorta di guardie armate.

Queste terre vennero colonizzate dagli italiani che vi costruirono un impianto per l’estrazione del potassio. Come tutte le potenze coloniali l’unico loro obbiettivo è come depredare un territorio di beni e materiali, senza pensare in alcun modo a risarcire le popolazioni che ci vivono. Negli anni ’30 la miniera venne abbandonata poi arrivarono gli americani che ne fecero una base per la ricerca scientifica e militare, ma negli anni ’60 anche questi impianti vennero abbandonati e oggi restano le vecchie strutture arrugginite a testimoniare quel fallimento.

Norilsk, la città proibita

Una terra gelida ed estrema, chiusa agli stranieri, è la porta d’accesso per la selvaggia penisola del Taymir e per l’Artico russo. Un luogo eccezionale e per questo affascinante, ma quasi del tutto inaccessibile, come lo descrive Lucia Bellinello in un articolo del 17 dicembre 2016, pubblicato su Russia Beyond.

La città si trova a 4 ore di volo da Mosca. È circondata da distese di ghiaccio senza soluzione di continuità. Per circa nove mesi all’anno è avvolta nelle tenebre della notte polare. Il sole lo si vedrà come un timido bagliore all’orizzonte per poche ore del giorno. La temperatura ha toccato il minimo record di -64°C nel gennaio 2014, normalmente resta sempre parecchio sotto lo zero e la neve e il gelo attanagliano i palazzoni sovietici dipinti a tinte brillanti, tentando inutilmente di rendere meno cupa l’atmosfera cittadina. Qui cadono 11 tonnellate di neve ogni inverno, potete immaginarvi che tipo di vita vi possano condurre i circa 170.000 abitanti che corrono rischi fisici e psicologici. Gran parte di loro sono occupati nei complessi industriali che sfruttano l’enorme deposito di elementi chimici del sottosuolo.

Norilsk è stata costruita in epoca staliniana dai carcerati dei Gulag. Non vi sono vie di comunicazioni esterne percorribili per la condizione estrema in cui si trova, a parte i voli aerei e le navi che risalgono in estate il fiume Enisej, che d’inverno è gelato. Sorge sopra uno strato perenne di permafrost che rende difficile porre le fondamenta delle costruzioni e delle infrastrutture, per questo non ha né strade né ferrovie che la colleghino al resto del Paese.

Il primo abitante fu un un geologo russo

Il primo uomo a raggiungere questo territorio desolato, all’inizio del Novecento, fu il geologo russo Nikolaj Urvantsev. Dopo lunghi studi, Urvantsev riuscì a realizzare una dettagliata mappa geologica del territorio circostante e in questa zona, nell’estate del 1921, costruì la prima casa di Norilsk, oggi sede di un museo

Vivere a Norilsk non è come vivere in qualsiasi altra parte del mondo. Per strada non si resiste oltre 10’. Si deve trovare rifugio in un bar o in palazzo per riscaldarsi. Adulti e bambini sono perennemente in pericolo per le contaminazioni dovute alle esalazioni chimiche che fuoriescono dalle ciminiere delle fabbriche. Ma anche vivere al buio per mesi e mesi cambia l’umore delle persone, mette a dura prova l’equilibrio delle loro personalità. Il livello medio di vita è più basso che nel resto della Russia. Per questo si può chiedere di andare in pensione prima che altrove e lo Stato e la Compagnia in cui si presta servizio agevolano questo disimpegno e aiutano la famiglia a trovare una casa in cui vivere da pensionati, in località più accoglienti nel sud della Russia. Le uniche attività di tempo libero consentite sono la caccia e la pesca, soprattutto in primavera, lungo i fiumi Lena e Enisej o sul Mar Glaciale Artico.

Carlo Raspollini
Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

Latest news

Cosa ci attende prossimamente

Il futuro ci riserva molte innovazioni e scoperte legate alla tecnologia e alla medicina ma con conseguenze non sempre piacevoli per la vita sulla terra
- Advertisement -

L’auto a idrogeno: nel serbatoio una pasta al magnesio

Hanno scoperto un tipo di pasta che può stoccare grandi quantità di idrogeno per sviluppare energia nei motori

Tecnologia hyperloop: luci e ombre sul treno a 1000 km/h

Un treno a propulsione elettrica su magneti che corre in un tubo a una velocità di 1000km/h è in progettazione in Canada. Cambierà il modo di viaggiare risparmiando e senza inquinare

L’auto di domani avrà un motore a idrogeno

Le auto alimentate a idrogeno avevano subito un rallentamento grazie agli investimenti sull'auto elettrica ma la pandemia ha cambiato tutto, bisogna puntare sull'idrogeno come fonte energetica principale

Related news

Cosa ci attende prossimamente

Il futuro ci riserva molte innovazioni e scoperte legate alla tecnologia e alla medicina ma con conseguenze non sempre piacevoli per la vita sulla terra

L’auto a idrogeno: nel serbatoio una pasta al magnesio

Hanno scoperto un tipo di pasta che può stoccare grandi quantità di idrogeno per sviluppare energia nei motori

Tecnologia hyperloop: luci e ombre sul treno a 1000 km/h

Un treno a propulsione elettrica su magneti che corre in un tubo a una velocità di 1000km/h è in progettazione in Canada. Cambierà il modo di viaggiare risparmiando e senza inquinare

L’auto di domani avrà un motore a idrogeno

Le auto alimentate a idrogeno avevano subito un rallentamento grazie agli investimenti sull'auto elettrica ma la pandemia ha cambiato tutto, bisogna puntare sull'idrogeno come fonte energetica principale
- Advertisement -

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

http://thetomorrowtimes.info/wp-content/uploads/2020/06/Alysei-Banner.jpg-003-2.png
Translate »