L’acqua nelle bottiglie di plastica è sicura?

Numerosi studi hanno evidenziato come la plastica delle bottiglie possa cedere all’acqua sostanze pericolose ed essere un’ulteriore fonte di microplastiche. Comprare acqua conservata nei bottiglioni, o nelle bottiglie di plastica, lasciati al sole può essere pericoloso.

Il Giornale del Cibo – 1° ottobre 2019

Francesca Rogolino

Nei paesi in cui non c’è acqua potabile dai rubinetti, i boccioni di acqua da bere vengono trasportati all’aperto e lasciati ore sotto la luce del sole, con grave pericolo per la salute di chi poi quell’acqua la beve

In Europa, i 25 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, che vengono prodotti ogni anno, derivano dalle bottiglie di plastica dell’acqua minerale, rifiuti questi, che causano un grave impatto ambientale: si tratta di un tema molto caro alla Commissione Europea, perché la plastica ha effetto anche sulla salute del consumatore, difficile ancora da stimare e quantificare.

Secondo i dati riportati dalla Commissione Europea, l’Italia è tra i primi paesi per il consumo di acqua minerale in bottiglie di plastica, con circa 224 litri a testa, che corrispondono più o meno a 13,5 miliardi di bottiglie di plastica prodotte e usate annualmente.

Imballaggi in plastica e microplastiche: il polietilene tereftalato.

Le materie plastiche sono sostanze organiche completamente o parzialmente sintetiche. Nel loro insieme costituiscono una famiglia molto numerosa, che comprende centinaia e centinaia di sostanze diverse, sebbene gli imballaggi (il cosiddetto packaging) usati per gli alimenti siano un numero molto limitato. Per le bevande, così come per l’acqua minerale, per esempio, viene usato principalmente il PET (polietilene tereftalato).

Il settore del packaging alimentare, in particolare quello riguardante le materie plastiche, viene regolamentato del Reg UE n 10/2011 che, in base ad una valutazione del rischio, impone dei limiti di migrazione delle sostanze che potrebbero trasferirsi dalla confezione all’alimento andando ad alterarlo.

La migrazione è il processo che determina il trasferimento di sostanze chimiche dall’imballaggio all’alimento. La durata di tale processo e la quantità di sostanze che possono essere cedute all’alimento, dipendono, dalle proprietà chimico-fisiche della sostanza migrante, dal materiale d’imballaggio, dal tipo di alimento, dalla temperatura, dal tempo di conservazione e dal rapporto tra la dimensione dell’imballaggio e il volume dell’alimento.

Quando la plastica finisce in mare, per effetto dei raggi ultravioletti, del vento e delle onde, si discioglie in frammenti più piccoli, andando a formare le microplastiche.

Le microplastiche, sono frammenti che derivano appunto dalle plastiche primarie come buste, bottiglie, tessuti e pneumatici, sono particelle di piccole dimensioni, comprese tra 330 micrometri a 5 millimetri, anche di nano dimensioni. Nel 2017 l’ONU ha dichiarato la presenza 51 mila miliardi di particelle di plastica nei mari, quantità in aumento negli anni, che viene ingerita dagli animali marini ed attraverso la catena alimentare arriva direttamente nel nostro cibo. Le microplastiche, avendo piccole dimensioni, possono essere trasportate facilmente dal vento, andando a depositarsi sui cibi e bevande. Il tema però è ancora da approfondire ed indagare.

L’acqua in bottiglie di plastica fa male?

La migrazione, o cessione di sostanze dagli imballaggi plastici agli alimenti o alle bevande in essi contenuti è un problema che riguarda anche le bottiglie di plastica in cui è generalmente venduta l’acqua minerale. Ci sono diversi fattori che condizionano la migrazione, quali ad esempio la qualità del PET usato, dalle modalità di stoccaggio, dall’esposizione a fonti di calore o di luce per tempi prolungati, e numerosi studi hanno indagato le conseguenze di questo processo.

I dati riportati dalle ricerche non sono confortanti, perché confermano la plastica rilascia sostanze tossiche e microplastiche, anche se non in quantità eccessive. Un’equipe californiana, nello studio Experimental Comparison of chemical Migration, ha rintracciato 29 sostanze chimiche e ritenute pericolose per la salute, in grado di migrare dalla plastica della bottiglia all’acqua che contiene, tra cui: aldeidi (acetaldaide e formaldeide), chetoni, ftalati. In particolare, la quantità di queste sostanze aumenta di 9 volte se la temperatura a cui è esposta la bottiglia passa da 20 a 30 °C, e di 4 volte se l’acqua rimane in bottiglia per più di tre mesi.

A conclusioni simili è giunto anche il professore Silvano Monarca, docente dell’Università di Perugia, che insieme al suo staff ha rilevato la presenza di sostanze tossiche nell’acqua confezionata in bottiglie di plastica, precisando come le elevate temperatura di trasporto e di stoccaggio, spesso superiori ai 50 °C, in cui vengono mantenute le confezioni, influenzano notevolmente la migrazione di sostanze tossiche nell’acqua.

I ricercatori dello State University of New York, dopo uno studio condotto a Fredonia in Arizona, purtroppo non ancora pubblicato in nessuna rivista scientifica, hanno dichiarato di aver riscontrato numerose particelle di plastica (microplastica) nell’acqua confezionata. Il polipropilene, materiale presente nei tappi delle bottiglie, era il frammento presente con maggiore frequenza.

Uno studio condotto da ricercatori dell’Arizona State University, si è invece concentrato su una sostanza in particolare, l’antimonio, usato nella produzione di bottiglie di plastica, e ha rilevato come a temperature miti, intorno a 20-21 °, viene ceduto all’acqua in quantità non eccessive. A temperature elevate, invece, intorno a 60 °C, che si raggiungono facilmente nella stagione estiva, dentro la macchina o nelle zone di stoccaggio dell’acqua confezionata, l’antimonio arriva a livelli superiori rispetto i limiti di sicurezza.

E ancora, una ricerca pubblicata sulla rivista Environmental Pollution, ha rilevato elevate quantità di antimonio e BPA (bisfenolo A) nell’acqua in bottiglie di plastica esposte ad elevate temperature. Anche il BPA è una sostanza chimica usata per la produzione di plastiche e resine.

Sono tanti, quindi, gli studi condotti sull’interazione tra le bottiglie di plastica e l’acqua contenuta, e i possibili effetti sulla salute dell’uomo. I risultati fanno emergere una situazione sempre più preoccupante, soprattutto per via dell’effetto cumulativo a cui si va incontro. Siamo circondati da plastica: negli alimenti, nell’acqua che beviamo e nell’ambiente che in cui viviamo.

Boccioni di per acqua potabile, vengono utilizzati negli uffici e nei luoghi di lavoro

Plastica, vetro, materiali biodegradabili: quali alternative scegliere?

Le alternative alle bottiglie di plastica sono ormai tante e ci danno la possibilità di scegliere materiali che abbiano un minore impatto ambientale e sulla nostra salute.

Tra le prime soluzioni c’è il vetro, riciclabile al 100%, utilizzabile più volte, inerte, quindi non altera le caratteristiche chimiche e sensoriali del prodotto che contiene.

A seguire, abbiamo materiali biodegradabili, costituiti da materiale organico (di solito vegetale), una delle soluzioni più recenti si chiama: Choose Water Bottle, completamente 100% plastic-free, prodotta esclusivamente da materiali di origine vegetale e carta, è stata ideata e realizzata da un chimico di Edimburgo, James Longcroft, di soli 27 anni. La bottiglia si deteriora in 3 settimane, in acqua salata, senza creare un problema per pesci e mammiferi, riesce a contenere tranquillamente acqua minerale e altre bevande.

Francesca Rogolino è laureata in Scienze e Tecnologie alimentari, nasce a Reggio Calabria dove attualmente vive e lavora come consulente per la sicurezza alimentare e ambientale. Per Il Giornale del Cibo approfondisce i temi trattati nella rubrica Spesa consapevole e sicurezza alimentare.

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