San Pedro de Sula, la città più pericolosa del mondo

Perché ancora nel 2026, questa città del Centro America ha il poco invidiabile primato di omicidi? Dopo la pandemia c’è stata una recrudescenza della violenza e maggiormente nei paesi più poveri. Quali le cause e quali le prospettive?

Cronache dal futuro

Viaggio del 27 ottobre 2026

Carlo Raspollini

San Pedro de Sula, 60 km a sud di Puerto Cortés, sul Mare dei Caraibi, nello Stato centro americano di Honduras, non è un luogo di vacanze, tra palme, alberghi e mojitos. È la città più pericolosa al mondo. Da diversi decenni è nei primi posti delle classifica delle città con più omicidi e adesso, nel 2026, non solo sembra non voler rinunciare a questo triste primato ma ha sorpassato anche Caracas, con più di 150 omicidi all’anno ogni 100.000 abitanti. Considerando che la città conta ormai un milione di abitanti, in media qui si verificano più di 4 omicidi al giorno, molti ma molti di più, in proporzione, che in qualsiasi altro luogo, per quanto difficile al mondo.

Con un volo da Miami della United Airlines, atterro all’Aeropuerto Internacional Ramón Villeda Morales, nella tarda mattinata. Il più importante del paese, anche più di quello della capitale Tegucigalpa. Qui arrivano voli da tutto il mondo, pur non essendo una località turistica e poi capiremo perché. Siamo a 15 km dalla città. Espleto tutte le formalità dell’arrivo e in poco tempo sono su un taxi che mi porta in città, distante solo 15 km. Ho prenotato all’hotel Hyatt Place. È un tre stelle, ma pare sia uno dei migliori della città. Il taxi si ferma al 10 di calle S, che sarebbe a dire Sur (Sud). Il tassista mi ha spiegato che la città è divisa in quadranti corrispondenti ai punti cardinali e le vie sono numerate, quindi sai sempre dove ti trovi in qualsiasi parte della città, collegando il numero al punto cardinale, come nel parcheggio sotterraneo di un supermercato. L’Hyatt Place è un albergo semplice e moderno, con tutti i comfort, come piace a me. Da qui è facile raggiungere le zone principali della città, i negozi e i ristoranti migliori.

Hotel Hyatt Place a San Pedro de Sula

La confusione regna sovrana di giorno per strada

Dalla finestra della stanza vedo il traffico intenso nella circonvallazione Juan Pablo II, che circonda il centro urbano. L’albergo si trova in un angolo di uno dei quartieri che partono dal centro verso la periferia. Decido di scendere dopo la doccia, per trovare qualcosa da mettere sotto i denti e m’incammino verso il Parque Central, distante alcuni minuti a piedi.  Così avrò modo di assaporare il clima di questa terribile San Pedro e rendermi conto di come ci si senta a camminare nei viali della città più pericolosa al mondo. Dopo un po’ i miei passi mi portano tra palazzi dipinti con colori eccessivi, forti, in contrasto tra loro. Costruzioni con tante vetrate, irregolari, senza un piano urbanistico che ne regoli l’edificazione, con grandi insegne colorate. A volte le pareti hanno la tinta scrostata, semi-coperta di scritte con bombolette spray. I negozi carichi di oggetti mal posti, accatastati, come nei suk arabi. Bancarelle occupano un marciapiede intero, mentre l’altro lato ha una fila di auto in sosta. Il via vai di gente cresce più ti dirigi al centro: motorini, biciclette, bambini che sgusciano tra le vetture, quasi irridendole. La sensazione che ti prende è un forte mal di testa per la confusione che non è solo visiva ma anche uditiva. Il frastuono dei motori, dei clacson e delle grida aumenta la fatica di stare lì. Camminare in quel casino non è solo difficile, è stressante. Manifesti strappati e vecchie foto di personaggi politici, di molte elezioni fa, ancora sorridono dalle mura sgretolate e dai pali della luce, mentre un groviglio di cavi sembra tenere insieme case e insegne, mura e lampioni, oscurando quel che rimane della segnaletica stradale.

Arrivo al Parque Central, la piazza principale. Un gruppo di musicisti suona una versione di “Sopa de Caracol”. (Il caracol è un mollusco marino che vive nelle conchiglie, quelle che si usano come sopramobile o per ascoltare il suono delle onde). Usano la marimba, una specie di xilofono, tipico nelle band dell’Honduras. Il ritmo ricorda quello ossessivo della cumbia. A decine ballano nei pressi, movendo rapidi le anche (la cadera). Gente di ogni età, ragazze, ragazzi e anche qualche anziano. La musica non riesce a sovrastare il rumore del traffico ma si inserisce bene nel frastuono generale e copre ogni possibile attimo di vuoto.

Cosa rende l’America latina così pericolosa?

Percorrendo la Calle Principal nella direzione opposta alla stazione, arrivo al Johnny Rockets, in un palazzotto bianco. Entro e mi rassereno le orecchie. L’aspetto è pulito. È sufficiente una tortilla de papas, qualche imbutidos e dei pomodori accompagnati da un vino cileno e mi passa l’appetito. Qui è fissato l’appuntamento con Juan Delgado, uno studente di filosofia che ho conosciuto a Roma l’anno scorso, durante un convegno sull’Intelligenza Artificiale. Juan ha 25 anni e vive a San Pedro da quando è nato. Con lui posso chiarirmi molti dei dubbi che ho sulla città e la sua cattiva fama. Juan arriva di lì a poco e fortunatamente ha già mangiato. Preferisce che lasciamo la trattoria e che parliamo camminando per strada. Capisco che la riservatezza sia una componente abituale della vita in questo posto. Andiamo.

San Pedro è la città più popolosa dello stato, un milione di abitanti, dopo la capitale Tegucigalpa ed è considerata il cuore economico del paese. Così Juan comincia a farmi il quadro della realtà. Venne fondata nel 1536 da don Pedro de Alvarado, conquistatore spagnolo e sappiamo anche il giorno della fondazione, il 27 giugno, con il ridondante nome Villa de San Pedro de Puerto Caballos, tipico della tradizione iberica. Puerto Caballos non è nient’altro che il vecchio nome di Puerto Cortés. Mi viene da fare un’associazione. Quella data è fatalmente la stessa in cui si commemora San Cirillo, vescovo, morto proprio quel giorno, ad Alessandria d’Egitto, nel 444. Cirillo era un persecutore di ebrei e pagani e, secondo alcuni storici, responsabile del massacro di pagani e della stessa uccisione della scienziata Ipazia, di cui tratta il film omonimo, con Raquel Weisz. Juan mi fissa stupito. Si lo so non c’entra nulla con San Pedro però…

In America Latina vive l’8% della popolazione mondiale e qui si verificano il 33% degli omicidi del mondo e 42 delle 50 città più violente sulla Terra si trovano in questo continente. Perché? Oltre alla religione cattolica queste città del Venezuela, Messico e Centro America sono legate da una comune storia di persecuzioni e di conquiste violente, duro sfruttamento e diseguaglianze sociali. Spesso a fronte di ricchezze sterminate, come nel caso del Venezuela. Ci sarà una relazione tra la violenza di Caracas, Acapulco, Ciudad Victoria e San Pedro de Sula e le loro comuni origini culturali? Io credo di si. Anche Juan ora comincia a capire e segue il ragionamento.

Armi sequestrate dalla polizia a San Pedro

Le ragioni della violenza sono sempre nell’ingiustizia sociale

In base alle mie letture mi sono fatto l’idea che la difficile situazione in cui versa questa città e questo continente sia dovuta a più fattori, non solo culturali.  Il primo è la miseria cronica, la fame, la disperazione in cui vive la gran parte della popolazione del Centro e Sud America. Lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle enormi ricchezze è da sempre concentrato nelle mani di poche famiglie e di poche società, spesso europee o nord americane. Il secondo motivo è il narcotraffico, che ha bisogno di questa situazione di indigenza per recuperare manodopera a basso costo per i suoi commerci. Non è solo lo spaccio individuale, che pure assicura gran parte del gettito ai signori della droga, ma anche il grande commercio tra paesi, che avviene con aerei, navi e ogni altro mezzo di trasporto possibile, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ogni tanto sequestrano una partita di qualche quintale di cocaina. Così anche le polizie locali dimostrano di fare la guerra al narcotraffico, ma è fumo negli occhi.

Qui si dice che i governi sono controllati dai narcotrafficanti e dato il volume di affari non ho timore a crederci. Il terzo motivo è l’ansia di trovare presto una soluzione definitiva alla propria situazione di indigenza. I giovani sono disposti a tutto ma non vogliono fare sacrifici, non pensano di dover imparare. Così lo sport e la musica sono i loro canali privilegiati, dove la riuscita di uno, destina gli altri 10.000 all’anonimato. Lo stesso vale per le ragazze che hanno sempre l’ultima arma a loro disposizione: la prostituzione, come soluzione parziale di sopravvivenza, per loro, per i loro figli e le loro famiglie. Seni e natiche rifatte sono all’ordine del giorno. Non esiste ragazza o adulta senza un telefono cellulare da meno di 800 dollari, unghie colorate, parrucca o un’estensione tra i capelli. La droga finanzia le più belle, aspiranti a fare le modelle o le mogli di qualche boss. Ma anche qui una su migliaia trova il successo personale. Le altre sono destinate ad essere sedotte e abbandonate a una vita di senti tra malattie e violenze.

I membri delle bande sono tatuati su tutto il corpo e a volte anche sul volto

Gli squadroni della morte agiscono indisturbati

Juan mi conferma che scappare dai territori abbandonati a sé stessi, per cercare fortuna nelle città, è la base delle migrazioni e della nascita delle favelas nei grandi centri urbani, compreso San Pedro. Secondo La Prensa, un giornale del posto, “in questa area c’è di tutto, persone che raccolgono rifiuti in decine di baraccopoli e quartieri della città, principalmente bottiglie e lattine di plastica, lustrascarpe, madri single, criminali, tossicodipendenti e persino “bordotenientes”, cioè persone che possiedono alloggi in affitto e, nonostante vivono lì, hanno case in quartieri residenziali eleganti che affittano”. La maggior parte di questi omicidi sono causati da bande di criminali, crimine organizzato e narcotraffico. Operano veri e propri squadroni della morte, secondo lo stile delle dittature brasiliane, cilene e argentine del passato. Gli oppositori vengono ammazzati impunemente o semplicemente spariscono e non se ne ha più traccia. Come per l’ambientalista Berta Cáceres, assassinata per essersi opposta alla distruzione dei territori del suo popolo, l’etnia mesoamericana Lenca, dovuti a progetti minerari e idroelettrici concessi in circostanze equivoche, che anziché portare ricchezza al paese lo derubano e lo privano di ulteriori potenzialità. Los lencas occupano parte del territorio fra Honduras e San Salvador, prima dell’arrivo di Colombo e degli spagnoli. Hanno la loro lingua, discendono dai maya.

Dal 2005 al 2010 qui ci sono stati 21.364 morti violente, di cui il 79,38% provocate da armi da fuoco ma non solo semplici revolver, anche da AK47, fucili d’assalto, mitragliatori… Ovviamente il controllo sul commercio delle armi è molto di manica larga. Vediamo un posto di blocco stradale. La polizia militare, spiega Juan, viene vista come la soluzione per ridurre la violenza ma nessuno collabora con la polizia. La vogliono ma non l’aiutano.  É quasi sera e vediamo che la gente si dirada per le strade. Noi stiamo vicino al ristorante Chedrani, nel Barrio Los Andes. L’ingresso è in un giardino e la costruzione in legno ricorda un fortino o una struttura da bird watching. Orlando Pero è un cameriere, dice che nella settimana la gente viene di meno, specie di notte. La situazione è peggiorata dopo la pandemia degli anni 2020/2021. La chiusura di molti locali e il fermo economico ha fatto crescere la disoccupazione e con essa sono cresciuti i furti e anche gli omicidi. Una volta si usciva e si andava a ballare anche se c’erano gli omicidi. Non avevamo così tanta paura, dice il cameriere.

Paseo de los caminantes

Una linea divide ricchi e poveri

Siamo nel  Paseo de los caminantes.  Il passeggio dei camminatori, letteralmente. In effetti viene usato dagli appassionati di joggin mattutino e serale. Gente di ogni età corre con gli auricolari, assorta nei propri pensieri. Juan mi mostra nuove costruzioni. I centri commerciali per esempio. Vennero costruiti prima della pandemia, quando c’era una ripresa nell’economia. La vía del tren, abbandonata da vario tempo, divide San Pedro Sula in due aree differenti. Da una parte i ricchi e dall’altra i poveri. Qui si usa un eufemismo: sopra la linea o sotto la linea, del treno. I primi sono i diseredati e dimenticati. Il tasso degli omicidi era sceso nel 2014, la città passò dal terzo posto al 26°delle città più pericolose. Grazie alla pandemia la situazione è di nuovo precipitata. Appena inizia a far scuro le strade si spopolano e il Parque Central, che era animato dalla confusione del giorno, ora si vede deserto. Che siano 50 o 150 i morti per 100.000 abitanti per il singolo “sampedrano” non fa molta differenza, lui non vuole essere uno di quelli.  Sfidare la sorte attraversando le strade di notte ti espone al rischio di prenderti una pallottola. Ti ammazzano per un cellulare o per 1000 lempiras, più o meno 42 dollari americani. Sembra di vivere in un film dell’orrore, quando la gente fugge di fronte agli “zombi” che prendono possesso delle strade di notte. Ugualmente è in gioco la tua vita, che qui non vale nulla, anzi appena 40 dollari! E ora come tornerai a casa, chiedo a Juan che mi lascia davanti all’Hotel. “Un amico mi viene a prendere con la sua jeep e mi porta a casa. Buenas noches. Adios

Vaya con Dios!” rispondo e più che un augurio mi suona come una minaccia.

Il “barrio” delle bande criminali è interdetto alla polizia

Il giorno successivo decido di visitare Chamalecón, il barrio più malfamato, con un’alta concentrazione di “pandillas” (bande criminali). Grazie a un conoscente della polizia ho potuto avvicinare Kelvin, di cui meglio taccia il cognome. Kelvin fa parte di una pandilla, anche se ora è in età di pensione, lui sarà la mia scorta. Un posto di blocco (reten) della polizia controlla 24h al giorno l’unico ingresso al quartiere malfamato. Noi abbiamo un permesso scritto della polizia centrale, per entrare, e Kelvin è invece il mio permesso de las pandillas, per poi uscire. Così non dovremmo avere sorprese. I finestrini dell’auto sono trasparenti. Qui li usano tutti oscurati ma è meglio farsi vedere, non abbiamo niente da nascondere.

Le strade sono piene di buche. Un asfalto che non si ricostruisce da tempo. Il senso di abbandono è palese e la tensione si misura sulla tensione di  questa apparente calma. Non vedo nessuno che ci controlli, dico, ma Kelvin sorride. Non li vedi ma loro ci sono e ci guardano, sono soprattutto le ragazze. Ma si delle ragazze camminano vicine per strada, ma pensavo stessero parlottando tra loro. Sono quelle le sentinelle. Arriviamo a una specie di autopista ampia. Questa è la linea di confine tra  Barrio 18 a sinistra e Mara Salvatrucha a destra, che qui chiamano con la sigla MS-13. Sono loro le bande che hanno il controllo del barrio. Qui c’è una scuola, l’Instituto Técnico Chamelecón, con ragazzi adolescenti, che si trova proprio sul confine. Beh hanno dovuto aprire una porta sul retro apposta per gli alunni di una metà del barrio, così da non fargli attraversare la strada. Un gruppetto di “osservatori” dell’una e dell’altra banda controllano gli ingressi.

Mi immagino l’aria che si respira nelle classi a scuola e come possano fare lezione gli insegnanti, sotto la minaccia di questi teppistelli. A volte gli studenti spariscono per giorni, poi riappaiono. Inutile chiedere la giustificazione. Per fortuna è un istituto tecnico, mi chiedo come si possa insegnare loro valori etici e conoscenza storica o letteraria. Roger (non mi dice il cognome), il direttore della scuola, sostiene che erano risaliti gli studenti a circa 250 nel 2019 ma che ora sono tornati a scendere sotto i 150. I professori sono quelli che rischiano la vita ogni giorno. Prova a pensare di dare un cattivo voto a uno di questi ragazzi che entrano a scuola con l’idea di perdere del tempo prezioso.

Sognano di emergere come cantanti di rap per sfuggire a questa vita miserabile

Scontri tra bande ce ne sono, chiaramente ma avvengono tutti di notte. Regolamenti di conti, spesso anche per questioni private di piccoli personaggi. I capi trovano sempre un compromesso. Muovendosi con l’auto lentamente vediamo delle case completamente sventrate e abbandonate. Sono famiglie che sono dovute scappare per problemi con i boss. Tutto è regolato dalla malavita e se commetti uno sgarro paghi con la vita. A volte è meglio scappare. Se ci riesci. Ma nessuno fa niente per questi ragazzi? Ci sono dei coraggiosi che insegnano loro l’arte dei graffiti, le bombolette spray sai… disegnano sui muri, qualcuno è proprio bravo. Un’altra modalità è l’hip hop, il rap, la musica insomma. Sono tutti appassionati di reggaeton, break dance… sperano di emergere grazie all’arte e diventare come Bad Bunny o Nick Jam. Una canzone dice “Se ti senti solo e debole come una formica, fratello, non ci credere. Siamo tutti formiche, siamo un formicaio!” Si questo concetto è molto chiaro. Un formicaio che esce dal nido ad aggredire qualsiasi cosa possa tornare utile per la sopravvivenza. Ma i formicai si possono schiacciare con uno scarpone. Un cartello su una parete di mattoni coperti da calce grigia, porta scritto “Parque para uso pacifico”. Il parque è uno spazio aperto, polveroso, senza nulla. Sotto al cartello un colpo di pistola nel muro. Il senso è chiaro. Qui non c’è nulla di pacifico. Nemmeno lo sport.

Hanno sterminato una squadra di calcio per vendetta

Qualche anno fa, prima di una partita di calcio tra squadre locali, un commando è arrivato su due veicoli e ha aperto il fuoco sui giocatori e sul pubblico, facendo 14 morti. Era una vendetta per uno sgarbo commesso dalla banda rivale del barrio Rivera Hernandez, altra zona malfamata. Avevano venduto cocaina, sottraendo una forte commessa ai concorrenti, che si sono vendicati falcidiando la squadra di calcio. Qui a San Pedro di Sula si raffinano ingenti partite di coca prima di inviarla negli Stati Uniti. I canali sono sempre gli stessi. Arriva dalla Colombia e attraverso il Centro America o i Caraibi è diretta al mercato nord americano, il più ricco e appetitoso per le Organizzazioni criminali. Per spostarla usano persone, aerei, navi, motoscafi, pescherecci, gommoni, qualsiasi mezzo è buono per approdare a Miami, lasciando qualche pacco per il consumo in Guatemala, Belize, Messico, Giamaica, Puerto Rico, Dominicana, Haiti e Cuba. Anche Haiti e Belize si, due dei paesi più poveri al mondo eppure… Per loro non ci sono frontiere.

Le frontiere invece ci sono, anche se invisibili per uno straniero, tra i quartieri malfamati della città. Tutti sanno le strade che delimitano i territori delle varie pandillas. Se un membro di una di queste entra nel territorio rivale non ne esce vivo. Lo stesso per un poliziotto. Se sei uno straniero, invece, ti derubano e poi ti accompagnano al confine. Nel momento di massimo scontro tra bande rivali il numero dei feriti era talmente alto che l’ospedale cittadino entrò in difficoltà perché non si sapeva dove mettere questa gente, le corsie erano invase e al loro interno continuava la rivalità accesa tra rappresentanti di bande rivali. Al punto che in qualche caso i feriti vengono portati alle cliniche private per non essere identificati. Un caos, che adesso potrebbe tornare. Altro che Corona Virus. Qui i reparti dell’ospedale Mario Catarino Rivas collassano per il numero di feriti, anche gravi, da arma da fuoco. In questo ospedale ogni assistito viene interrogato dalla polizia, compresi i parenti. Che faranno di queste informazioni non si sa, nessuno viene fermato o arrestato. Ho visto e compreso abbastanza e chiedo alla mia guida di essere lasciato in hotel.

Il giorno successivo vado a ringraziare il commissario di polizia che mi ha fatto fare questa esperienza dandomi il permesso. Nella sala di attesa dell’ufficio incontro un giornalista. Si presenta, lavora in una tv locale e anche per BBC Mundo, si chiama Ernesto Peralta ha 55 anni e una madre italiana, di Avellino. Sente il mio accento straniero e si interessa a me. Facciamo subito amicizia in nome della sua componente italiana e decido di invitarlo a pranzo.  Andiamo in uno dei migliori, a la Estancia Parrilada Uruguaya nella Calle 6 NO, nel Barrio Guamilito, in pieno centro. Un gaucho domina l’insegna che stazione sopra un giardino interno molto piacevole. Nel menù anche piatti di pasta che io evito quando non sono in Italia. Meglio rifarsi alle loro specialità. In questo caso un asado in stile uruguayo è sicuramente più degno delle mie attenzioni.

Hospital Mario Catarino Rivas

La polizia serve a mantenere l’equilibrio non a sconfiggere la criminalità

Qual è l’atteggiamento della gente verso la polizia? Domando con finta ingenuità. Ernesto si sbottona facilmente con uno straniero: nel recente passato sono stati cacciati molti elementi marci dalla polizia e grazie ad una serie di azioni mirate a far rispettare l’ordine, la popolazione ha attribuito alla polizia militare il merito della riduzione degli omicidi. In realtà ci fu un accordo tra i boss e la polizia. Con la pandemia è saltato tutto. Ma la polizia ha avuto gioco facile imponendo il lockdown e obbligando la malavita a rispettare le norme anti virus. Prima le bande potevano entrare negli ospedali e ridurre in fin di vita i pazienti avversari. Adesso sarebbe impensabile, ma non è che la polizia abbia il pieno controllo della città. Ci fu anche una volta che dei criminali si erano messi d’accordo con i costruttori di bare per far fuori alcuni pazienti e incrementare l’acquisto delle bare, questo solo per dire che quando c’è tempesta tutti ne approfittano. Oggi la popolazione spera nell’intervento pacificatore della polizia. Anche se i militari non sono corrotti come la polizia civile, gli ordini li prendono sempre dai vertici politici. Insomma la mano forte la polizia la usa solo quando serve a ottenere qualcosa dai criminali.

Smilitarizzare che risultato avrebbe? Nooo, ormai la situazione è una continua ricerca di equilibrio tra criminali e polizia. Se viene a mancare una componente si stravolge tutto. Ma quella criminale non verrà mai meno. Il business della droga è mondiale. Il paradosso è che la polizia serve a mantenere l’equilibrio non a sconfiggere la criminalità. Se non ci fossero più i narcotrafficanti da dove arriverebbero i soldi per i corrotti?  Questi flussi alimentano l’economia. Si è vero San Pedro è la zona più industrializzata e con più attività commerciali del paese ma il merito è della droga. Qui ci sono i flussi di denaro da reinvestire e per questo sorgono aziende, attività e imprese, per riciclare il denaro sporco. Così da un lato la popolazione chiede protezione allo stato e dall’altro ottiene lavoro dalla criminalità. Alla fine sfrutta quello che arriva dal narcotraffico e spera nell’azione calmierante della polizia.

Funziona il pizzo come in Italia?  Certo, i negozianti del centro e i tassisti sono i più tartassati. Le compagnie di tassisti versano circa 10.000 dollari al mese alle bande. E le denunce non ci sono? Una volta no, adesso che si è tolta la necessità di dare le generalità, la gente è portata a denunciare più facilmente ma non cambia nulla. Una denuncia anonima non ha valore legale e una volta finita nel calderone della polizia ne fanno quel che vogliono.

Dopo il dolce ringrazio Ernesto e ci salutiamo sulla porta del ristorante odorando di arrosto entrambe.

Parque Nacional Cusuco

La lotta tra natura incontaminata e inquinamento industriale

Oggi lo dedico alla cultura. Jorge al consierge mi illustra le cose da vedere. Lo lascio parlare ma molte mete non credo che vedranno il mio interesse, come il Museo di Antropologia e Storia dell’Honduras, quello dei pittori honduregni “Daisy Fasquelle Bonilla” e la Cattedrale San Pedro Apostol, che risale al 1941. Mentre il parco nazionale Cusuco m’incuriosisce, anche perché sarà una scusa per uscire dalla città. Verso la frontiera col Guatemala c’è questo bosco incontaminato immerso tra montagne di 2.000 m di altitudine.  Mantiene una discreta biodiversità di flora e fauna che ne fa uno dei luoghi più interessanti del Paese. Decido di organizzare la gita prenotando un fuoristrada 4×4.

Una volta deciso studio l’itinerario e scopro che devo fare un ampio giro, passando da Puerto Cortés, a 58 km. Altre strade non ce ne sono. In totale saranno poco più di 108 km ma ci vorranno più di due ore, visto che si transita per diversi paesi. Sono intento a studiare il percorso e cosa vedere quando mi chiama di nuovo Jorge. Mi presenta un signore, un ingegnere honduregno che gradirebbe accompagnarmi, visto che è di quelle parti ed ha una vecchia mamma che vorrebbe andare a trovare. Si offre di pagare lui il viaggio, visto che io ho affittato il fuoristrada. Accetto anche perché l’ingegner Manuel Ureña ha una faccia simpatica ed è persona raccomandata dal consierge.

Lungo la strada si conversa. L’ingegnere vive e lavora a Chicago ed è qui per motivi di lavoro e anche di visita familiare. È un chimico e si occupa di ottimizzazione dei processi produttivi in una industria farmaceutica. Tra l’altro una delle più importanti di San Pedro. Lì ha iniziato la sua attività professionale, in un’azienda nord americana che poi l’ha trasferito a Chicago. San Pedro ha diversi settori interessanti come bevande gassate, prodotti tessili, birra, confezioni, prodotti di plastica, di pittura, di tabacco, macellazione e distribuzione di carni bovine e ovviamente l’industria farmaceutica. Qui si produce il 62% del Prodotto interno lordo e il 68% delle esportazioni del paese partono da questa regione. Ma tutto questo lo si deve alla droga?

Negli anni si sono sviluppate anche altre attività, come le cliniche private e i laboratori clinici, laboratori di fotografia industriale, di metalmeccanica ma anche aziende di servizi visto anche le dimensioni della popolazione. Comunque certo che la droga genera capitali e i capitali cercano settori in cui investire.

Nel viaggio scopro l’esistenza di Tegucigalpita, 3.000 abitanti, è lì che vive la mamma dell’ingegnere e dove lascerò Manuel prima di arrivare al Parco. In fondo sarà ottimo trascorrere qualche ora lontano da San Pedro, città non solo pericolosa per gli omicidi ma anche per la contaminazione dovuta ai composti chimici delle varie fabbriche. In questi paesi in via di sviluppo le attività produttive non sono controllate e regolate, come in Europa, da leggi anti inquinamento. Già il fatto che ci sia un’industria sembra importante, metterle dei freni e degli impedimenti farebbe scappare le compagnie investitrici e così l’Honduras, da paese incontaminato con milioni di metri quadrati di verde, diventa un paese contaminato, per colpa di industrie fuori controllo. Le malattie più diffuse in parte lo confermano. In genere si soffre di infermità respiratorie e gastrointestinali ma anche di dengue, malattia infettiva tropicale dovuta al virus trasmesso dalle zanzare del genere Aedes aegypti.

Non cambierà mai

Mentre guido verso le montagne del Parco il cielo si fa scuro e un aguado di proporzioni tropicali si abbatte sulla strada e sulla jeep impedendomi di vedere oltre il cofano. Questa è la “temporada lluviosa”, me ne ero dimenticato. Dura da maggio a novembre, i mesi più freschi. Da marzo ad aprile quelli più caldi. Fermo al lato della strada sotto un cavalcavia mi viene da fare la domanda più inutile. Tu che sei di questo paese e lo conosci bene ma lo vedi anche da lontano, da uno sviluppato, anche se non mancano problemi tra polizia e popolazione neanche negli Usa, tu come vedi questa realtà, c’è una soluzione? No, non c’è nessuna soluzione. Le cose continueranno così finché rimane questo strano equilibrio tra chi produce e spaccia droga e chi accetta la vita misera in questi barrios. Non c’è nessuna via d’uscita. Finchè non arrivi una pandemia che faccia fuori l’80% della popolazione o una guerra civile, un colpo di stato. Ma anche in questo caso non si cercherebbe di eliminare l’ingiustizia economica alla base di quella sociale e culturale che impedisce lo sviluppo dei paesi del III Mondo.  Finché ci sarà un Occidente che chiede cocaina ed eroina, che chiede diamanti e petrolio, litio e rame, argento e soia, queste popolazioni saranno destinate ad essere sfruttate, senza nessuna speranza.

AVVERTENZA. I dati, i personaggi e le informazioni che trovate in questo articolo sono in parte veri e in parte un’opera di fantasia. Le vicende di viaggio sono ambientate in un futuro ipotetico, anche se abbastanza possibile.  

Carlo Raspollini
Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

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