Scuola italiana: siamo tutti rimandati

Preoccupante la carenza di attenzione alla formazione culturale in vista delle sfide future del Paese

di Carlo Raspollini

Quale sia la importanza della funzione della scuola in una società moderna tutti lo sanno e non c’è bisogno di spenderci altre parole. Una società che non destina risorse e attenzioni alla formazione e all’educazione delle generazioni giovani è una società destinata a morire. Di questo se ne discute da decenni, mentre si assiste a un nulla di concreto, governo dopo governo. Certo l’impresa è di quelle mastodontiche. Si tratta di spendere molte risorse in un lasso di tempo che supera la legislatura e certamente l’esistenza di qualunque governo. Nel senso che i benefici eventuali non verrebbero raccolti da chi avvia lo sforzo maggiore, che invece ne pagherebbe tutte le conseguenze in termini di riduzione delle risorse disponibili. Il nocciolo della questione è qui, come per molte altre riforme e ristrutturazioni necessarie in Italia. Il nostro è un paese vecchio, non solo all’anagrafe, ma anche nelle sue strutture fondamentali, di cui la scuola è la principale. La pandemia ha posto in evidenza ancor meglio il problema delle carenze della scuola e ora che si deve pensare alla ripresa, ancora una volta, la scuola viene considerata per ultima. Prima ci sono le elezioni regionali, la sicurezza sanitaria, le vacanze, il calcio. Tanto i ragazzi stanno a casa coi genitori. Altrove hanno posto il problema dei ragazzi al primo posto, noi all’ultimo. Ne parlava Carlo Verdelli in un articolo del 17 giugno sul Corriere della Sera. Aggiungendo dei dati allarmanti.

“Fra i 37 Stati dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, siamo con vergogna all’ultimo posto per spesa pubblica destinata all’istruzione: 6,9 % del totale (gli Usa, quasi il doppio; il Cile addirittura il triplo). Abbiamo il più basso tasso di laureati d’Europa (dopo la Romania) e uno dei più alti di abbandono scolastico (un milione in 10 anni). Record negativo anche. per gli stipendi dei docenti, gli «artigiani delle generazioni future», secondo la felice immagine di Papa Francesco: tutti abbondantemente sotto media Ocse, dalle elementari alle superiori. Se si fa la media di tutto, non suona strano che il 20 %dei nostri giovani (16-29 anni) abbia capacità di lettura considerate minime.”

Scuole senza certificato di agibilità e abitabilità

Secondo l’Anagrafe scolastica del Ministero della Pubblica Istruzione, delle nostre 40.151 strutture scolastiche ben 22.000 sono state costruite prima del 1970 e solo il 53,2% possiede il certificato di collaudo statico. Significa che con una scossa forte di terremoto, ma anche senza questa scossa, possono venire giù. Il 59,5% non ha la certificazione anti incendi e il 58,8% quella di agibilità e abitabilità. Inutile dire che la situazione più grave è al sud.  

Secondo Cittadinanzattiva ben cinquanta sono gli episodi di crolli e di distacchi di intonaco registrati tramite la stampa locale, tra settembre 2017 e settembre 2018. Parliamo di più di un episodio ogni 4 giorni di scuola. Ad essere interessate in particolare scuole della Campania (8 casi), del Lazio (7) e della Lombardia (6). Tali casi hanno provocato il ferimento, per fortuna lieve, di 10 bambini e bambine, di 2 docenti e di 1 addetta alle pulizie. Questi si aggiungono ai 156 censiti nei precedenti anni scolastici (36 nel 2013/14, 45 nel 2014/15, 31 nel 2015/16, 44 nel 2016/17), per un totale di 206 episodi in cinque anni.

Per rendere più sicure le scuole, importante come e più di rendere sicure le strade e i ponti, ci vogliono 200 miliardi di euro di investimenti, l’11% del Pil. Soldi spesi per il futuro del Paese, per il futuro delle giovani generazioni. A tutto questo si aggiunga che le nostre scuole sono state costruite con materiali spesso scadenti, senza criteri antisismici, con vetrate e infissi che disperdono calore, senza rispetto per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Sono disegnate per una didattica antidiluviana con le cattedre innalzate su un basamento, con banchi inadeguati, senza spazi per laboratori e lavori in equipe. Gli impianti di riscaldamento sono quasi sempre inefficienti e vetusti, spesso si guastano lasciando al freddo gli studenti. Sulle scuole si rinnova poi la divisione di competenze burocratica tra comuni, province, regioni e stato che blocca spesso ogni riforma nel Paese.

Quale scuola per quale futuro?

In questo quadro il problema più che quale sia la scuola del futuro, diventa come mettere in sicurezza i nostri ragazzi nelle scuole di oggi. È veramente triste essere costretti a battaglie di retroguardia. Bisognerà mettere mano a tutte e due le cose. Chi lo farà? Mentre il mondo si interroga su quali saranno le esigenze delle nostre società fra 20, 40, 50 anni, noi siamo alle prese con le scuole che possono crollare. Così mentre la famiglia, o meglio “le varie tipologie di famiglie” di oggi, debbono prendersi la responsabilità dell’educazione dei ragazzi, in un contesto che le vede sempre più fragili, assenti ed evanescenti, sia come entità che come singole figure genitoriali, la scuola continua a non essere considerata e supportata. Cambia la società, cambiano i temi da affrontare, le competenze da predisporre per affrontare i problemi del futuro.  Interconnessioni tra scuola e mondo del lavoro sono rare e solo ad alti livelli, non ci sono nella stragrande maggioranza dei casi. I giovani studiano senza interesse, si preparano su programmi che non esaltano le loro peculiarità ma li costringono a programmi dell’ottocento. La storia si ferma poco dopo la Prima Guerra Mondiale, la geografia non è considerata e si vede, i giovani non sanno nulla del mondo moderno, della lingua italiana, della Costituzione, della politica. Se apprendono una lingua straniera è a spese loro e per loro volontà. Sanno niente delle vicende del mondo del lavoro e della cultura generale, niente della storia del cinema, del teatro e niente dell’enogastronomia, che pure sarebbe una delle prime voci dell’export, che significano introiti in valuta straniera per l’Italia. La storia del vino si insegna in Francia e non si insegna in Italia! Del resto basta guardare una puntata dell’Eredità su Raiuno, per vedere a che livello di ignoranza siano i trentenni e i quarantenni. Per capire che la scuola è da tempo che non c’è più in Italia. Quindi verso quale società andiamo? Quali saranno le linee su cui si svilupperà l’economia delle imprese, grandi e medio piccole? Quali le strategie dell’industria, del turismo, dell’edilizia, dell’agricoltura? Quali le materie da privilegiare e quali quelle nuove da inserire nei programmi scolastici? Quale tipo di esperienze sul campo si dovranno approntare, per assicurare allo studio competenze sempre più approfondite e attualizzate. Nel futuro, si dice, avremo più necessità di creatività, di pensiero, di elaborazione e meno di attività manuali. Se è così siamo messi malissimo. A parte, dico io, quella sapienza manuale dell’artigianato artistico, dove noi Italiani siamo primi se non unici al mondo. Nel restauro, nelle ceramiche, nell’arte orafa, nella falegnameria, nel settore dei mobili e degli arredi casalinghi, del cuoio e delle lavorazioni tessili, nelle tecnologie per lo sport, nella nautica e nelle componenti elettroniche per auto, nelle produzioni alimentari. Tutte attività per le quali non si trovano apprendisti, con la fame di lavoro che c’è. Lo Stato non agevola, non incentiva l’apprendistato e i giovani non vogliono fare sacrifici per imparare. La maggioranza vuole fare il cantante, l’attore, Masterchef, il Grande Fratello. Le scorciatoie per svoltare. Il rimbambimento collettivo che avanza come il “Grande Nulla”. Tutte quelle attività artigianali, però, non le puoi delegare ai robot, non le possono imitare i cinesi, perché in esse la manualità si sposa alla genialità, che solo può derivare dalla cultura, dalla conoscenza e dalla esperienza. Siamo, ancora non so per quanto, i discendenti del Rinascimento e delle botteghe, dell’arte tramandata da padre in figlio. Se lo Stato non capisce il valore di questo “petrolio” e insegue chimere industriali e finanziarie in cui altri ci sono superiori, per l’Italia non c’è futuro.

Con questo editoriale vogliamo spingere chi di dovere, ma anche tutta la società, a non trascurare la scuola, come motore per la rinascita e per lo sviluppo del Paese, per le sfide che dovrà affrontare nei prossimi decenni.

Carlo Raspollini
Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

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