Twitter che sospende Trump è democrazia, non censura

Assistiamo a un proliferare di politici e cittadini che diffondono notizie false cercando di indirizzare l’opinione pubblica. Viene meno il filtro dei professionisti della stampa che si mettono, a volte, a fomentare essi stessi, anziché informare. Twitter, e gli altri social, hanno ripristinato questo ruolo fondamentale di filtro. Ciò che è reato, falsità, offesa viene sospeso in attesa di giudizio.

Massimo Sideri

L’Economia (Il Corriere della Sera) 7 gennaio 2021

L’assalto a Capitol Hill dei sostenitori di Trump

L’uomo potenzialmente più potente del mondo, Donald Trump, presidente degli Stati Uniti ancora per due settimane salvo sorprese, non può dire tutto ciò che crede su Twitter, il più progressista dei social network. È censura? Limitazione della democrazia? È esagerato? Una mossa dei democratici? No, è il ritorno del dibattito tra politica e cittadini, la separazione tra medium e contenuto con una figura intermedia che, storicamente, è stata rappresentata dal giornalismo. Anche l’uomo più potente del mondo (anzi, soprattutto lui) non ha il diritto di eludere il contraddittorio o di camminare schiacciando i fatti.

La fine della intermediazione avvantaggia i populisti

Qualche anno fa tutti noi abbiamo raccontato i social network come la fine della «disintermediazione», soprattutto a vantaggio dei politici che potevano dire quello che volevano direttamente ai cittadini-follower. La generazione attuale di politici, non solo i populisti, vive di videomessaggi, racconti in presa diretta. Non è un caso se, contemporaneamente, sono emersi concetti filosoficamente pericolosi come «verità alternative» o «post-verità». Tutto è relativo e tutto è opinione. Forse. Ma se si parte comunque dai fatti, non se si alimenta quello che i commentatori della «Cnn», fin da ieri, hanno chiamato il «sogno pericoloso» di un uomo: restare alla Casa Bianca senza aver vinto le elezioni. Oggi l’uomo potenzialmente più potente del mondo — dopo avere sostanzialmente istigato e supportato i suoi sostenitori più facinorosi ad occupare Capitol Hill, il Parlamento americano, («vi amiamo» ha detto mentre gli consigliava comunque di tornare a casa) — si trova ad avere forti limitazioni su Twitter. Comunque un controcanto che lo segue sui social come un grillo parlante e che ricorda che alcune sue affermazioni non sono vere.

Il paradosso di Churchill

Non era scontato per Twitter e per il fondatore e amministratore delegato Jack Dorsey mettere in atto una decisione del genere che potrebbe essere male interpretata come censura e che però ricorda sempre più da vicino la responsabilità editoriale dei giornali e dei media (regole etiche e deontologiche che, è utile ricordarlo, per i media sono più un dovere che un diritto). È onesto anche ricordare che i media non sono privi di difetti per diritto divino. Ai giornali si può applicare, non a caso, il noto paradosso di Winston Churchill: sono la peggiore forma di democrazia fatta eccezione per tutti gli altri. Se quella di Twitter non sarà una decisione temporanea, una eccezione, ma la norma, potremmo iniziare ad applicarlo anche ai nuovi social media. Può sembrare un dibattito novecentesco, teorico, non al passo con i tempi. Ma il fatto che Twitter abbia di fatto riesumato le care e vecchie regole di un giornalismo che fa fatica a ritrovare il proprio ruolo nella società dimostra il contrario. Resta una domanda: sarebbe stato possibile pensare a un presidente americano nell’era pre-social network che dichiara da solo per settimane di aver vinto delle elezioni che ha perso e che mobilita i propri sostenitori contro il Parlamento? Anche la conservatrice Fox Tv negli ultimi giorni lo aveva scaricato. Il diritto a rispondere non equivale in democrazia al diritto di farsi le domande da soli.

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