TWITTER: SU TRUMP NON C’E’ CENSURA

Le piattaforme private che applicano regole interne, nei confronti di chi le viola, non stanno facendo un atto censorio della libertà di espressione. Eliminare pratiche illegali come quelle terroristiche e pedofile fa parte delle responsabilità dei comunicatori, giornalisti compresi. I social network debbono sospendere o bloccare contenuti indesiderabili o discutibili come disinformazione, spam, forme estreme di molestie, comportamenti asociali, perché altrimenti la piattaforma diventerebbe uno strumento di malversazione e non un luogo di libero scambio di fatti, opinioni e sentimenti.

Joan Barata

“Intermediary Liability Fellow” nel Center for Internet and Society de la Stanford Law School (Usa) Esperto in libertà di espressione, libertà di comunicazione e libertà di informazione e regolamento dei media di comunicazione.

AGENDA GLOBALE – 10 gennaio 2021

L’assalto al Campidoglio è stato certamente un evento senza precedenti nella storia recente degli Stati Uniti. Le rivolte del 6 gennaio hanno generato significative discussioni legali e politiche sulla necessità di squalificare o mettere sotto accusa il presidente Donald Trump solo pochi giorni prima che il suo successore Joe Biden si insedi. In mezzo a queste gravi circostanze, un altro evento (sicuramente di portata relativamente minore) inizia ad attirare l’attenzione di vari analisti: la decisione del social network Twitter di eliminare temporaneamente, e poi definitivamente, le pubblicazioni e l’account dell’ancora Presidente, per la sua dimostrata capacità di incitare la commissione di atti violenti. Decisione che è stata supportata anche da altri social network altamente visibili come Facebook.

Questa decisione ha fortemente stimolato un dibattito già in atto e che sicuramente richiede un’analisi giuridica più approfondita rispetto a quella dei titoli o delle semplificazioni con cui l’argomento viene generalmente affrontato. La domanda, a mio avviso, non è solo o principalmente se Twitter o Facebook possono censurare Donald Trump, ma in precedenza, se la decisione di queste piattaforme di applicare le loro regole interne di utilizzo nei confronti di coloro che sembrano averle violate costituisce un atto di censura, e quindi violazione del diritto fondamentale alla libertà di espressione.

Le reti non sono un forum pubblico ma uno spazio privato

Il diritto fondamentale alla libertà di espressione, sia nel sistema europeo che in quello americano, è proclamato e tutelato a favore degli individui contro possibili interferenze o limitazioni dei poteri pubblici. Nel caso degli Stati Uniti, e nello specifico in relazione a piattaforme o social network come Twitter di Facebook, l’interpretazione e la dottrina giurisprudenziale sono molto chiare. Le reti non sono un forum pubblico, ma uno spazio privato in cui gli utenti sono soggetti alle regole interne stabilite dalla piattaforma corrispondente. Coloro che detengono, quindi, il diritto alla libertà di espressione, sono gli stessi social network. L’imposizione legale o giudiziaria di un obbligo di mantenere una certa pubblicazione in base ai suoi criteri o alle proprie politiche di moderazione dei contenuti sarebbe quindi un “discorso forzato”, e quindi una violazione del Primo Emendamento.

In Europa (e qui è necessario comprendere sia il quadro per la tutela dei diritti fondamentali che rappresenta lo spazio del Consiglio d’Europa, sia l’ambiente più limitato dell’Unione Europea), la tutela del diritto alla libertà di espressione si articola in linea di principio, in egual misura, attorno al già citato asse Stato-individuo. Nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, è difficile trovare sentenze che riconoscano un effetto “orizzontale” al diritto alla libertà di espressione (cioè di una persona o entità privata rispetto a un’altra), e i pochissimi esempi in cui c’è indica che questo si riferisce a dinamiche molto specifiche (ad esempio, il rapporto tra dipendente e datore di lavoro) e in connessione con altri diritti fondamentali (in particolare la non discriminazione). Nell’ambito dell’Unione Europea non c’è neppure riconoscimento della tutela della libertà di espressione nei rapporti privati, sebbene si possa vedere come le norme recentemente approvate o proposte sulla regolamentazione delle piattaforme (ad esempio, le Direttive in proprietà intellettuale o servizi audiovisivi, la proposta di regolamento sui contenuti terroristici online o la proposta del Digital Services Act) stabiliscono in modo molto generico che quando si adottano determinate decisioni in merito alla moderazione dei contenuti (in particolare nei casi di contenuto apparentemente illegale), queste società private devono “tenere particolarmente conto” dell’impatto di tali misure sulla legge più volte citata. Ciò che questa affermazione significhi realmente nella pratica è ancora in attesa di essere visto da casi concreti e decisioni future e attese della Corte di giustizia.

Ci sono casi in cui il Tribunale ha imposto il ripristino degli account sospesi

Certamente, in paesi come la Germania o l’Italia esistono già alcune decisioni giudiziarie (generalmente di primo grado) in cui i social network sono stati costretti a ristabilire contenuti da loro ritirati, poiché il tribunale in questione ha ritenuto che ciò rappresentasse una violazione del diritto di libertà di espressione. Si tratta, tuttavia, per ora, di risoluzioni specifiche, nelle quali, in generale, l’organo giudicante ha compreso che la restrizione della libertà di espressione ha comportato un danno considerevole in relazione ad altri diritti o alla stessa “funzione sociale” del contenuto rimosso (ad esempio, la cancellazione dell’account Facebook di un partito politico durante il periodo elettorale). Bisognerà vedere, in ogni caso, in quali termini si pronunceranno, sicuramente nel prossimo futuro, le più alte istanze giudiziarie e costituzionali, nonché la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, in relazione a casi di questa natura.

In questo quadro, la verità è quindi che attualmente le piattaforme controllano il contenuto degli utenti, prima di tutto, nella misura in cui sono soggetti ai limiti legali applicabili a qualsiasi altro meccanismo di distribuzione. In questo senso, e fermo restando che un processo con queste caratteristiche deve essere condotto da un’autorità pubblica con il potere di farlo, vi è un consenso di maggioranza che, in casi eccezionali di manifesta illegalità (trasmissione in diretta di un attacco terroristico, pornografia infantile, ecc.), le piattaforme possono e devono agire rapidamente e di propria iniziativa. In secondo luogo, è anche innegabile che le piattaforme stabiliscano, oltre i limiti legali, le proprie regole interne e meccanismi per la moderazione dei contenuti. Questa pratica, è importante sottolineare, è una conseguenza della notevole pressione a cui sono sottoposti dalle istituzioni pubbliche, dalla società civile e dagli utenti, al fine di eliminare i contenuti “indesiderabili” o “discutibili” (anche se non necessariamente illegale): disinformazione, spam, alcune forme di molestie, promozione di comportamenti socialmente indesiderabili, ecc.

In questo secondo ambito, le discussioni sono attualmente incentrate sulla necessità di tale moderazione dei contenuti (che, in generale, è considerata inevitabile e addirittura auspicabile) viene svolta sulla base di criteri quali trasparenza, chiarezza e prevedibilità, non discriminazione tra utenti e possibilità effettiva di appellarsi o mettere in discussione le decisioni delle piattaforme da parte degli utenti. Precisamente, le attuali proposte di riforma legislativa sia negli Stati Uniti che in Europa sono finalizzate all’introduzione di nuovi obblighi legali a carico delle piattaforme in modo che abbiano una serie di garanzie procedurali o strutturali che consentano agli utenti di pubblicare contenuti in un quadro di sicurezza e certezza “normativa”.

La decisione di Twitter o Facebook di “mettere a tacere” Donald Trump è quindi censura?

In rigoroso rigore legale, e per i motivi citati, penso che non lo sia. Nel caso di Donald Trump, allo stesso modo, ha un gran numero di spazi e piattaforme alternative (in senso lato) per esprimere tutti gli sfoghi che vuole. I social network hanno o dovrebbero avere assoluta discrezione per stabilire e applicare le proprie regole interne, comprese sanzioni come quelle a cui si fa riferimento? Tenendo conto del ruolo che queste reti svolgono nella sfera pubblica, anche qui la risposta è no. Urge stabilire, come si è detto, nuove regole che delimitano correttamente i parametri in base ai quali questi potenti soggetti privati ​​possono stabilire e applicare le proprie politiche di “regolazione” di contenuto interno, fermi restando i poteri non delegabili delle autorità pubbliche (soprattutto giudiziario) in materia di contenuto illegale.

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