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    Viaggio nella Mumbai dei contrasti

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    Il vaccino, arrivato alla fine del 2022, non è stato diffuso a tutta la popolazione ma solo alle classi medie e a quelle più agiate. Il virus non è sparito ma la voglia di tornare alla normalità ha prevalso. Oggi questa è una delle città più visitate al mondo con 16 milioni di turisti! Eppure da vedere non c’è molto, a parte i contrasti sociali che non hanno uguali al mondo.

    Cronaca dal futuro: 9 marzo 2025

    Carlo Raspollini

    Un mare sterminato di costruzioni basse, disordinate, bianche, coi tetti azzurri di lamiera, polverose, separate da strade senza asfalto, brulicanti di mezzi e di esserini come formiche, città della finanza, città di Gandhi. Sede degli studi di Bollywood, il fenomeno cinematografico che sforna 1000 pellicole all’anno, con uno skyline di grattacieli sullo sfondo della baraccopoli più grande dell’Asia, questa è Mumbai, la vecchia Bombay. Un agglomerato di tante città, che sorgono su isolotti strappati al mare. Gli inglesi hanno prosciugato i canali e i fiumi che li dividevano e così è sorta la megalopoli di quasi 28 milioni di abitanti. Il Boeing dell’Air India atterra dolcemente sulla pista del Chhatrapati Shivaji International Airport (BOM), il principale hub indiano. Finalmente posso dire che sono arrivato nel centro dei contrasti sociali più stridenti di questo sconfinato Paese, una città che attira gente da tutto il mondo.

    Scendo al Terminal 2C, in tutto sono tre. Siamo al 9 marzo ma la temperatura è calda e secca, già alle 9 del mattino. Siamo al Tropico e la media di questa stagione è intorno ai 30°C. Il periodo degli acquazzoni monsonici va da giugno a settembre. Non mi aspetto efficienza ma forti contrasti. Anche pericoli. Questo non è un Paese da giudicare ma da vivere a occhi ben aperti. Anche se gli indiani chiamano questa la “Città dei Sogni” è piuttosto un importante centro finanziario di un’economia che ha subito un rallentamento drammatico a causa della pandemia. Mumbai è una medaglia a più facce, non solo due. La terra delle opportunità, la città che non dorme mai (credo di averla già sentita questa).

    Gateway,la Porta dell’India e l’Hotel Taj Mahal

    Città che ne ha mille altre dentro di sé

    Se c’è un luogo di stridenti contrasti è questo. Il punto in cui la forbice ha la divaricazione più grande tra poveri e ricchi, i quali vivono gli uni accanto agli altri, ignorandosi, nel segno dell’immutabilità delle caste. Alle zone eleganti di Cufffparade e Juhu fanno da contraltare i quartieri dei “miserabili”, stipati nelle baraccopoli di Dharavi. Una città che è in sé mille altre città. I grattacieli stile New York e la frenesia delle avenue stile Los Angeles o Dubai. I viali lungomare di Marine Drive ricordano le città della Costa Azzurra, in un susseguirsi di edifici art decò che si specchiano nel Mar Arabico. I mattoni rossi dei palazzi universitari rimandano ad Oxford, mentre gli olezzi e le folate di odori nauseabondi ti riportano d’un tratto in India. La città delle mille cucine, non sole le indiane delle varie regioni, con variazioni sulla vegetariana, ma anche della cucina persiana e poi quella araba! L’immancabile cinese e giapponese. C’è anche qualcosa di italiano, almeno dal nome e dal menù, poi che sia un italiano a cucinare non ci giurerei.

    Mumbai è la capitale dello stato del Maharashtra. Con una popolazione valutata di 15.000.000 di abitanti, e con i suoi circa 35.000 ab/km² è la prima città per densità di popolazione al mondo. Con le vicine Navi Mumbai e Thane, forma un agglomerato urbano di 28 milioni di abitanti, una delle aree metropolitane più popolose del pianeta.

    Il disbrigo delle formalità richiede un po’ di tempo in più del normale. In certe cose non si va di fretta. Ho la mia mascherina chirurgica, che qui portano in pochi, ma nei viaggi la indosso sempre, più per una forma di senile prudenza. Così come il distanziamento e l’igiene delle mani. In fondo il Covid 19 c’è ancora e non è l’unico virus che gira sul pianeta.

    Dovrebbe aspettarmi una navetta inviata dall’hotel. Altrimenti sarebbe meglio comprare un coupon con il numero del taxi e fissare in anticipo la tariffa. Lo straniero va incontro alle solite furbate dei taxisti. Succedono anche a Roma, coi poveri cinesi o giapponesi, che ci vanno spesso di mezzo. Figuriamoci qui. I mezzi pubblici meglio evitarli. Il sovraffollamento di quest’ora del mattino pregiudicherebbe la mia vita, più che il mio arrivo all’hotel.

    Uno dei caffè interni al Marriott di Mumbai

    Il JW Marriott si trova sulla Tara Road del quartiere Juhu. È un cinque stelle che ti garantisce tutti i comfort occidentali, comprese tre piscine, spa 24 ore su 24, fitness, centro congressi, 4 ristoranti e colazione a buffet. Mumbai ovest è una delle zone migliori della città, comprende quartieri della media borghesia, gente che non può permettersi di vivere a Mumbai Sud. È un quartiere a prevalenza cristiana e qui si trovano i due aeroporti della città. Rispetto ai vari Marriott questo è di una categoria leggermente superiore. Con tutto questo la camera con vista sull’Oceano, costa meno di 20.000 rupie, circa 226 €. (1 € = 85 rupie). La spiaggia è vicina ma non è consigliabile andare al mare. Le spiagge pulite sono a Mumbai Nord. I negozi del centro invece sono a un passo.

    Il pranzo è soprattutto un fast food all’aperto, senza mascherine

    Il Marriott è un hotel di lusso standard.  Puoi stare tranquillo. Certo non ti fa vivere l’esaltante esperienza di un resort indiano. Ma in città del genere preferisco rinunciare a questo tipo di esperienze che invece sono disposto ad accettare nelle realtà extraurbane. Quando esco dall’hotel per trovare da mangiare, l’intento è proprio quello di calarsi nella tradizione locale. In genere qui si ordina un Thali, ovvero un pranzo completo dall’antipasto al dolce che ti arriva in pochi minuti perché si prepara all’istante.

    Un big Thali, pranzo completo per una persona

    Lo si trova nelle bettole e nei banchi per strada, all’aperto, in mezzo al traffico, mentre la gente cammina. Il cuoco davanti a un fuoco o a delle piastre, butta cibo variopinto dentro una padella o sul ripiano bollente. Sono per lo più vegetali, spezie, salse, carne di pollo, burro. Poi riempie delle vaschette con alimenti che ha già pronti. Aggiunge pepe, chili, peperoncini, curry, curcuma.  Il tutto va su un vassoio che può essere di una decina di vaschette ma possono arrivare anche a 40. Solo che non sempre il cuoco ha la mascherina e i guanti, anzi spesso non ce li ha proprio ma parla, domanda, risponde ai clienti, tutti davanti al cibo. Igiene zero. Ma anche se avesse la protezione non mangerei mai quella roba. I guanti, quando li ha, li indossa per 8-10 ore toccando tutto: vegetali, mestoli, pantaloni. Questo è il big Thali. Una persona dovrebbe ingurgitare tutta quella montagna di cibo piccante e batteri?  Nei ristoranti ti puoi accomodare. Sono generalmente originari delle varie zone geografiche indiane. Quelli del Rajasthan e del Gujarat sono i più buoni. In genere è un pranzo vegetariano ma se ne può scegliere anche uno a base di carne e pesce. Sul dolce inutile farsi illusione. È un latte zuccherato.

    Altri modi di mangiare tipo street food, in genere, si trovano negli Udupi, che si caratterizzano per pasti veloci e sono i più diffusi in città. Panini di patate schiacciate (Vada Pav) o vegetali tritati molto piccanti serviti con un panino (Pav Bhaji). Il cuoco butta queste verdure e le spezie su una piastra bollente e le salse sfrigolano mentre vengono rimestate e condite. Poi con un cucchiaio di legno le raccoglie e le mette su un panino. Oppure si può trovare un tavolo in un ristorantino vicino alla spiaggia e assaggiare il Behl puri: riso soffiato e speziato con pomodori, cipolle, peperoncini ed erbette tritate. C’è sempre abbondanza di aglio, che è un potente antisettico e qui la sua azione può essere una buona prevenzione per la salute e non va scartato. A richiesta sul riso si può versare il chutneys. Una salsa verde agrodolce a base di peperoni.

    Non si risolve col bere il piccante ma con il pane, che bisogna avere l’accortezza di chiedere prima di avvertire il fuoco in bocca. I ristoranti Udupi sono originari della regione del Karnataka e un tempo erano esclusivamente vegetariani ma ormai si sono imbastarditi e offrono quello che il turista vuole, anche wurstel, hamburgher, perfino pizze, birre e la odiata bibita gassata e zuccherata yankee. Per stare tranquillo mi sono portato mascherina e gel antibatterico. Ne faccio abbondante uso prima e dopo aver toccato qualsiasi cosa, da una seggiola a una ringhiera per strada, da un menu a una porta. Non si sa mai.

    Marine Drive, 3,6 km di lungomare

    Da Bombay a Mumbai per dimenticare il colonialismo

    Il nome venne cambiato in Mumbai il 4 maggio 1995. Il governo del Maharashtra decise di adottare il nuovo nome dopo forti pressioni politiche. Il vecchio nome deriverebbe dal portoghese “bom bahia” o “boa bahia” e dalla distorsione inglese “bom bay”. Pare invece che il nome derivi da una errata valutazione del significato di baia, ovvero deriverebbe dal nome di una divinità hindi, Mumba Devi, che si era evoluto in Mombayn (1525) e in Mombaim (1563). Ripristinare il nome in Mombai quindi significa tornare alle origini indiane della dea indù Mumbadevi e dall’etimo Aai, ovvero “madre” in lingua marathi.

    Decido di recarmi a Colaba, dove sorge la Porta dell’India, un monumento dell’inizio del secolo scorso, dedicato a Re Giorgio V e alla Regina Mary quando vennero a visitare la città, che allora ancora si chiamava Bombay. Prima però voglio camminare lungo la Tara Road per provare a sentire il “mood” della città ma il rumore del traffico, abbastanza disordinato, mi infastidisce e allora fermo un taxi. Si chiamano Call Cabs e sono vetture piccole e medie, Fiat Uno o Tata Indica, di colore giallo-nere senza aria condizionata, i più economici e blu o argentato, quelli con tassametro elettronico, un po’ più cari.  Ci sono anche i rickshaw, distorsione del termine “risciò”, sono motorette a tre ruote sul modello di quelle trainate da un uomo ma in questo caso a motore. Il cab mi lascia vicino al Gateway appunto la Porta dell’India. È il primo impatto per chi arriva in città dal mare. Un punto di ritrovo per turisti e non solo. Da qui partono i battelli per le gite nella baia, verso l’isola di Elephanta con le sue grotte e le sculture religiose di basalto. L’atmosfera del posto è da Compagnia delle Indie stile ‘900, con palazzi vittoriani dove si stipavano le merci destinate al vecchio mondo in capienti magazzini, prima di essere ammassate nelle stive dei velieri diretti a Londra.

    Costruita su terre strappate al mare

    La caratteristica della città sono le sette isole sulle quali è costruita. Terre collegate tra loro grazie alle dighe. All’inizio vennero i portoghesi che presero possesso di queste terre senza gloria, quando erano già di stanza nella vicina Guajarat. Costruirono chiese, com’è nella loro tradizione. Una ancora è visibile a Dadar, in stile manuelino. Grazie a un matrimonio regale nel 1661 Caterina di Braganza portò in dote a Carlo II d’Inghilterra quelle isole. Ci pensò la Compagnia delle Indie Orientali a renderle utili e famose. Costruirono un Forte e un porto. Decisero di strappare terra al mare e con le dighe ci sono riusciti. Ondate migratorie da ovest e da est accrebbero la popolazione. Da sempre aperta ad accogliere popolazioni indiane in cerca di condizioni migliori di vita o altre popolazioni in fuga per motivi spesso analoghi: guerre, invasioni, pestilenze, Mumbai ha visto costituirsi sul suo territorio comunità cristiane, islamiche, giudaiche. Questo non ha pregiudicato la sua esistenza identitaria ma anzi ne ha accresciuto le potenzialità sia culturali che economiche, a riprova che certi fenomeni non si fermano ma possono diventare un volano di crescita e di opportunità per un territorio, per un intero paese. La storia dell’umanità ci ha insegnato che le migrazioni sono alla base della nostra civiltà e opporvisi non serve.

    Le comunità linguistiche più numerose sono i marathi e i gujarati dello stato di Gujarat. Le altre popolazione indiane presenti sono davvero tante: bengali, tamil (Ceylon), urdu, malayalam, telugu, punjabi, sindhi (pakistani), konkani, nepali e kannada. Sono anche presenti comunità afgane, cinesi e nepalesi.  Vi potete immaginare il caos linguistico! Ecco perché l’inglese è diventato utile e fondamentale, specie adesso che la città accoglie tanto turismo. Anche come presenze religiose c’è un bel caleidoscopio di confessioni. La maggioranza è indù (68%) e poi ci sono gli islamici (17%). Buddisti e cristiani possono contare un massimo di 4% di fedeli ciascuno. Gli altri sono parsi, gianisti, sikh, ebrei. In passato ci sono stati scontri anche sanguinosi e perfino attentati, ma adesso la situazione è tranquilla da questo punto di vista.

    Qui oltre agli inglesi e ai portoghesi sono passati anche gli americani che, durante la loro guerra di secessione avviarono importanti traffici di cotone con il porto dell’allora Bombay. Dopo l’apertura del Canale di Suez (1869) crebbe l’importanza di Bombay come scalo portuale. Agli inizi del secolo scorso contava già un milione di abitanti. In seguito è divenuta capitale dello stato di Maharashtra nel 1960, continuando a crescere grazie a un imponente boom edilizio e finanziario che l’ha portata nel 1986 a superare Calcutta come città con la più alta popolazione dell’India. Nel 1995 poi il cambio del nome in Mumbai.

    Il Mercato centro pulsante della vita di Mumbai sud

    A Mumbai ci si sposta in taxi, con il treno suburbano o con i battelli e gli aliscafi. Non c’è metropolitana anche perché bisognerebbe scavare sotto il mare. Ci sono tre linee, la Western che attraversa i quartieri occidentali, la Central Main che passa per i quartieri più importanti dalla stazione a Kalyan. A Dadar c’è lo connessione con la Western. Infine la terza si chiama Harbour Line, inizia dalla vecchia Victoria Terminus (adesso Chhatrapati Shivaji Terminus, in stile neogotico, dal 2004 dichiarata dall’UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità) e va verso ovest in direzione Andheri, mentre un altro ramo punta a est verso Panvel. Si viaggia stipati come sardine e forse per questo, da moralisti quali sono, hanno riservato dei vagoni per le donne, sia nella prima che nella seconda classe. Dato il costo del servizio in prima tanto vale prendere un taxi.

    Scendo nella piazza del Mercato di Crawford. A Mumbai ogni luogo ha più nomi, a causa degli avvenimenti storici che si sono susseguiti. Il nome attuale del Mercato è Mahatma Joytiba Phule Mandai. Mentre Arthur Crawford fu il primo commissario municipale della città, Jotirao Phule fu una personalità politica importante. Si tratta del più grande mercato ortofrutticolo al dettaglio. Si trova in un edificio gotico, come altri in città, simbolo dell’era coloniale britannica. Nella piazza, spesso intasata dal traffico, c’è anche il quartier generale della polizia. Anche se questo non basta a farne uno dei luoghi più sicuri di Mumbai. Prima era anche mercato all’ingrosso poi nel 1996 i grossisti vennero trasferiti a Navi Mumbai. La sua costruzione è abbastanza recente. Risale al 1882. Entrando si notano quattro ali sulle quali si irradiano 526 bancarelle di frutta e verdura che, come in tutti i tropici, è meravigliosa. Passeggiare tra i banchi carichi di manghi, ananas, pittaya, avocado, banane, limoni, cocomeri e meloni è un piacere per l’occhio e per la salute. Le verdure ci sono tutte, locali o importate, frutta secca, spezie, aromi naturali.

    Dharavi, dove la vita non vale niente e ogni giorno è una scommessa

    Forse alcuni ricorderanno il film “The Millionaire”, dove un povero giovane partecipando ad un quiz riesce a diventare milionario. L’hanno girato qui nella baraccopoli più grande dell’Asia, un milione di persone, nella Mumbai centro nord, dove i grattacieli del business confinano con le baracche di lamiera e cartone. Cos’è uno slum? Non lo sapete finché non verrete a vedere come vivono i reietti della terra a Dharavi. I viottoli hanno al centro la fogna a cielo aperto, altre si trovano dietro le capanne. Letti di cemento che quando piove diventano torrenti di melma e quando è secco, discariche putride. Per terra ci sono strati di immondizia: stracci, plastiche, resti di scarpe, di mobili, tutti di un unico colore nero catramoso, fatto di fango e resti di gomma bruciata, un colore indefinibile che però puzza, ti ripugna anche se ne resti lontano, mentre loro ci vivono sopra, intorno, assieme ogni giorno della loro assurda vita.

    Sbirciando nei tuguri vedi gente appollaiata a fare un vasellame, dipingere una tela, lavare una scodella, consolare un bambino che piange. C’è di tutto a Dharavi, tutto quello che noi gettiamo nel secchio della spazzatura lo puoi trovare qui. Riciclato se va bene o gettato nella fogna se non è sfruttabile ancora. Eppure loro si industriano e cercano di venderti un sapone fatto a mano, una ceramica, un tessuto che arriva chissà da quali “aiuti al terzo mondo”! Non pare un quartiere, sembra un nido di formiche intente a cooperare. Vanno in ogni direzione e sembrano avere uno scopo ma non ne intuisci l’obbiettivo. Da lì vuoi solo scappare, come il ragazzo del film “The Millionaire”, fuggire, cercare un senso alla tua esistenza.

    Controlli sulla salute degli abitanti di Dharavi

    Certo l’India per molti occidentali è il luogo dello spirito. Ma fai fatica ad associare questa immagine con la miseria più buia che si possa ipotizzare e che per me resta indescrivibile e fonte di sofferenza personale. Camminare in questo inferno non è pericoloso, se non per l’igiene. Certo non ci sono venuto in giacca e cravatta o con il Rolex al polso. Qui non può succederti nulla, al massimo ti puoi perdere. Per questo mi sono fatto accompagnare da una guida, Salman. Ha 23 anni e si chiama come uno dei divi di Bollywood, Salman Khan, con un patrimonio stimato di oltre 260 milioni di dollari. La mia guida invece è disoccupata. Ha studiato finché ha potuto e ora si arrangia a fare qualsiasi lavoro. Gli regalo 1500 rupie, un po’ meno di 20 euro. Si è pagato la giornata.

    Le Torri del Silenzio, dove i Parsi abbandonano i cadaveri dei defunti affinché tornino nel ciclo della natura

    Ogni cosa assurda ha il suo contrario

    In questa città i contrasti sono apocalittici. Per arrivare qui il taxi è passato vicino a Kamathipura, il quartiere a luci rosse. Dopo il Covid 19 credevo che non ci sarebbero più stati corpi in vendita ma si vede cha la vita davvero per alcuni non vale nulla. A Dhobigat c’è la lavanderia a cielo aperto, accanto alla stazione Mahalaxmi, con i teli colorati distesi sulle lamiere dei tetti ad asciugare, come nella medina di Fes in Marocco. Anche qui ti assalgono gli odori nauseabondi dei solventi chimici per le colorazioni, avvelenando l’aria che respirano i 7.500 tinteggiatori. Mentre dietro Hanging Garden ci sono le Torri del Silenzio, le tombe dei Parsi, una setta persiana che fa capo allo zoroastrismo, stabilitasi qui nel VII secolo. La setta prevede che i propri morti vengano divorati dagli avvoltoi, su delle torri di legno posizionate in collina. Ma la popolazione è troppa e di avvoltoi non ce ne sono più e allora i membri della setta, tra i quali anche nomi famosi come il direttore d’orchestra Zubin Meta e Freddy Mercury, preferiscono la cremazione.

    La Torre Antilla di 173 metri con i suoi 27 piani per una sola famiglia

    A proposito di povertà, spiritualità e riciclo della vita, nella stessa città c’è un’altra torre, il palazzo Antilla, ovvero la casa più bella e costosa al mondo. Conosciuta anche come la “torre di Mumbai” o il “Taj Mahal del 21° secolo”. Uno schiaffo alla miseria. Costruita per l’uomo più ricco dell’India, uno dei quattro più ricchi al mondo, Mukesh Ambani (Reliance Industries, raffinazione del petrolio). Costa più di un miliardo di dollari ed è quindi la casa più lussuosa al mondo. Si trova sulla collina di Cumbala, nella parte sud della città. La casa è alta 173 metri, ha 37.161 mq di spazio, tre eliporti, 27 piani, i primi sei sono per il garage con 168 parcheggi, poi ha spazi per le palestre, centro benessere, piscina, spogliatoi, sala yoga, solarium, sala da ballo, un tempio, una stanza della neve che sputa fiocchi gelati dai muri, un teatro da 50 posti e 9 ascensori per raggiungere i piani più alti. L’ultimo è quello in cui vive il proprietario, perchè da lì gode di una migliore vista, ma sono utilizzati tutti gli ultimi sei piani per l’intera famiglia. Ideata dallo studio Perkins + Will reinterpreta i principi architettonici Vastu Shastra (scienza della casa). Ovvero una tecnica millenaria che vuole creare armonia tra spazio abitato e ambiente circostante, affinché il Prana, la energia vitale che muove l’universo, vi scorra liberamente. Può resistere a un terremoto di magnitudo 8 sulla scala Richter.

    Poi trovi i “boschi verticali”, altri palazzi con le piante sulle pareti, simili a sculture, per un’idea di ambientalismo che stride con le realtà di questo posto. Che è anche il luogo in cui viveva Gandhi, al 19 di Laburnum Road, nello storico quartiere di Gamdevi. La casa è trasformata in un museo, triste come sanno esserlo le cose morte, con la sua camera da letto “come lui l’ha lasciata” (figuriamoci!), la libreria, gli oggetti, i mobili, le suppellettili del maggiore teorico della non violenza e della rivoluzione pacifista. In una stanza si trovano anche i telai con i quali filava i tessuti, per non dover comprare gli abiti dagli inglesi.

    Un mondo di incongruenti realtà che ti stravolge, quello di Mumbai. Una città moderna in uno stato antico. Una città dedita alla finanza e allo spettacolo nel più spirituale dei paesi. Il mondo cambia velocemente e qui pure tocchi con mano queste trasformazioni ma c’è anche un sistema immutato, quello delle caste. Dovrebbe essere abolito ma resiste nella testa della gente. Resiste nei comportamenti sociali. Ogni nuova generazione si ritrova a fare lo stesso lavoro dei genitori. Un ciclo da cui è difficile uscire, per emergere e cambiare.

    Una scena di danza in una pellicola di Bollywood

    Bollywood, una cinematografia tutta indiana

    Ho un appuntamento con la professoressa Tejaswini Gandhi, un’antropologa indiana che vive e lavora negli Stati Uniti, per parlare del fenomeno Bollywood, l’industria del cinema indiana. L’appuntamento è al 39B By the Bay, sulla Charni Road East, a Chowpatty. Un bar molto vivace con una sala interna e terrazze affacciate su Marine Drive, il viale di circa 4 km che offre una vista stupenda sul mare arabico. Mi siedo ad un tavolo con vista e dopo pochi minuti eccola apparire in tutta la sua simpatia e gentilezza orientale, aggraziata dalla formalità anglosassone.  Di fronte a un ottimo te al limone iniziamo la conversazione su Bollywood. La professoressa si occupa di industrie dei media e di antropologia visiva e anche di post colonialismo, per cui è la persona giusta per raccontarci la vicenda della fiorente industria cinematografica del paese.

    Il paragone con Hollywood venne abbastanza facile per i cinefili occidentali quando scoprirono questa industria negli anni ‘70.” Dice in perfetto slang universitario inglese. “L’industria cinematografica indiana non si limita alla sola area di Mumbay ma con il nome si intende ormai tutto il cinema indiano.”  Le altre industrie cinematografiche regionali sono tamil, telugu e bengalese. Il film ha un fascino enorme sulla società indiana, quasi ogni villaggio del paese ha almeno un cinema. Con un pubblico potenziale di svariate centinaia di milioni, l’industria cinematografica indiana è la più grande del mondo. Ogni anno si producono circa 1000 film in India con un giro d’affari di 250 milioni di euro di incassi. Gran parte della produzione corrisponde al cinema regionale, nelle varie lingue locali della società indiana. Quello di maggior produzione è in lingua tamil, con gli studi a Chennai. Tuttavia, il cinema regionale ha scarsa rilevanza nel resto del paese e i grandi successi nazionali sono generalmente filmati in lingua hindi, che costituisce un quinto della produzione totale.

    La musica, il ballo e il folklore sono componenti sempre presenti nei film indiani

    Ogni film conta su 20 milioni di spettatori

    Ogni volta che esce nelle sale un film indiano di successo può contare su un pubblico di 10 milioni di persone in tutto il mondo, ovunque ci siano indiani. Nello stato del Telangala, come negli Stati Uniti, in Canada, in Australia. Il film poi passa al circuito per lo sfruttamento televisivo e può arrivare a 20 milioni di spettatori. A Mumbai nascono quasi tutte le super-produzioni hindi, gli All-India film.  Questi grandi successi tuttavia hanno regole severe per superare le barriere linguistiche e religiose. Le azioni dei protagonisti e i plot delle sceneggiature rispondono a modelli noti della mitologia indiana. A differenza di Hollywood, dove i film si classificano per generi, quelli prodotti a Mumbai tendono a seguire il modello formato masala. Ovvero una miscela di spezie tipiche della cucina indiana. Il formato masala combina i generi tra loro, in uno stesso film ritrovi il romantico, il bellico, il dramma, il comico, il musicale. Il taglio recitativo è marcatamente teatrale e a noi pare un po’ macchiettistico. Gli intermezzi musicali spesso hanno poco o nulla a che fare con le storie, e le canzoni -da sole- possono decretare il successo di un film, vendendo milioni di copie. Certo che poi ogni pellicola dura quasi tre ore!

    Tra loro le varie cinematografie indiane in cosa differiscono? chiedo a Tejaswini.

    “Allo stesso modo in cui il film greco è diverso dal film svedese, un film di Kerela è diverso da un film di Mumbai. Un film in lingua telugu è diverso da uno in lingua tamil è diverso da uno in lingua bengalese. Ognuno prende dalla propria cultura le ispirazioni per gli ambienti, i costumi, le musiche e le storie.”

    Non c’è quindi nessun confronto con la Hollywood di Los Angeles?

    “Negli ultimi anni si vede nel cinema identificato con Bollywood un’alternativa indiana all’egemonia americana delle mayors”.

    Quanto pesa questo termine e questa industria nell’immaginario della gente dell’India?

    “Bollywood è un termine che ha catturato l’immaginazione delle persone. È diventato un termine che la gente riconosce immediatamente. È un marchio mondiale ora!”

    “L’India ha avuto successo in molti settori, a parte i suoi film” ha osservato Tejaswini, “ma il fatto è che il contributo di Bollywood all’India non è piccolo ed è certamente uno dei grandi contributi alla cultura pop mondiale. L’India dovrebbe esserne orgogliosa”.

    Si possono visitare gli studi mentre girano?

    “Per visitare gli studios della Film City, con gli attori che stanno recitando, basta rivolgersi a un’agenzia specializzata. La Bollywood Tours propone con un discreto successo, pacchetti da due a sette ore per godere dello spettacolo del dietro le quinte.”

    Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica. Più di recente, l’aumento dei costi di produzione, la tendenza a cercare sedi all’estero e una maggiore libertà creativa, hanno avvicinato lo stile del cinema prodotto a Mumbai all’industria di Hollywood. Il calo del 30% degli spettatori nelle sale e la crescita della pirateria, hanno portato molte produzioni a perdite fino al milione di rupie. A questo si deve aggiungere l’egemonia delle piattaforme on line e la diffusione dei canali privati in abbonamento, che ormai domina in tutto il mondo. Se uniamo a questo la scoperta di scandali finanziari, nell’ ultimo decennio si è prodotta una crisi dell’industria cinematografica di Mumbai e attualmente non sappiamo quale sarà il suo destino.

    AVVERTENZA. I dati, i personaggi e le informazioni che trovate in questo articolo sono in parte veri e in parte un’opera di fantasia. Le vicende di viaggio sono ambientate in un futuro ipotetico, anche se abbastanza possibile.  

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