Civiltà aliene: non esistono o noi le stiamo distruggendo?

Affascinanti interrogativi attraversano il mondo della scienza sul perché non siamo mai entrati in contatto con altre civiltà extraterrestri. Una tesi pone una risposta inquietante: potremmo essere noi i distruttori della vita nell’Universo!

di Carlo Raspollini

L’Universo è così incredibilmente grande che è difficile pensare non vi sia un numero abbastanza numeroso di pianeti abitati. Tuttavia, e nonostante i nostri sforzi, finora non siamo riusciti a trovare alcuna forma di vita al di fuori della Terra. Dove sono allora questi alieni?

L’idea della possibile esistenza di forme di vita extraterrestre costituisce il nucleo centrale del famoso “paradosso di Fermi”, che si riferisce alla sconcertante anomalia scientifica per cui, nonostante cento mila milioni di stelle solo nella nostra galassia, la Via Lattea, e le moltissime, più che miliardi, di galassie che formano l’Universo, mai abbiamo incontrato un segnale di qualche altra civilizzazione intelligente.

Da secoli ci interroghiamo sulla probabilità della presenza di esseri extraterrestri. C’è chi sostiene appunto che è impensabile non esista qualche pianeta abitato. Anche se fosse solo uno, per il semplice principio delle probabilità.  Eppure, fino ad oggi, non abbiamo avuto nessuna prova dell’esistenza, presente o passata, di altre civiltà nell’Universo. Per lo stesso motivo, se non ci siamo mai incontrati e se non ne abbiamo avuto traccia fino ad oggi, potrebbe darsi che siamo l’unica forma di vita intelligente, o che lo siamo al momento, e per un disguido temporale, non abbiamo incontrato le altre forme di vita o non le incontreremo mai, perché arriveranno molti milioni di anni dopo la nostra. Oppure sono passate nell’Universo milioni e milioni di anni prima di noi. Quindi non lo sapremo mai. Non ne avremo traccia, finché non ci imbatteremo in un oggetto, un prodotto, frutto di una intelligenza, com’è accaduto per la selce scheggiata e appuntita che faceva da punta di una lancia, dell’uomo primitivo, nostro antenato.

Forme di vita del tutto diverse dalla nostra sono possibili?

Scienziati autorevoli, basandosi sugli stessi dati conosciuti, fanno un ragionamento diverso. Così come è accaduto per lo sviluppo, per l’evoluzione della vita sulla Terra, altre forme di vita potrebbero essere nella fase nascente o essere già estinte.  Ci sono talmente tante stelle nell’Universo, con tantissimi pianeti, che potrebbero essere in grado di ospitare la vita o esserlo stati prima. Ma di quale forme di vita parliamo? Della nostra? Siamo sicuri che possa essere l’unica? E se fosse possibile una vita diversa dalla nostra, che non ha bisogno di ossigeno, di temperature miti, del nostro mondo per vivere ma fosse capace di farlo a 500° C, in un ambiente acido? Una vita in grado di resistere a forti temperature, a gas, a liquidi per noi mortali?  Potrebbe esserci qualcosa di simile a questo da qualche parte?

Alcuni di questi sistemi stellari potrebbero essersi formati anche mille milioni di anni prima della Terra, e allora -sosteneva Stephen Hawking- perché la galassia non ribolle con forme di vita meccanica o biologica? Che probabilità abbiamo di incontrarne qualcuna di queste forme di vita mentre esploriamo le galassie? E perché fino ad ora non ci hanno visitato?

L’intelligenza in fondo non ha alcun valore per il perpetuarsi della  vita

Una possibilità è che quello che noi sappiamo, o crediamo di sapere, su come apparì la vita sulla Terra, sia sbagliato. La tesi che maggiormente mi convince, anche se non sono uno scienziato, è che, in effetti, la probabilità che la vita appaia su un pianeta, sia talmente tanto difficile, che il nostro mondo rappresenti un’eccezione unica in tutto l’Universo osservabile. Un’altra possibilità sta nel fatto che l’origine della vita non sia una cosa così eccezionale e che la vera difficoltà sia nel fatto che questa vita possa evolversi da una zuppa di cellule, come diceva Margherita Hack, fino a un essere intelligente e questo più di una volta! Nel nostro caso è andata così, ma per una serie di casualità. Per concomitanze fortunate: il clima, l’ossigeno, la presenza dei mari, delle piante. La nostra capacità di adattamento. Il pollice opponibile. Il fisico teorico Alexander Berezin della Russian National University of Electronic Technology (MIET) sostiene che siamo abituati a pensare che la vita intelligente sia una inevitabile conseguenza della evoluzione, però è più probabile che la evoluzione sia un processo aleatorio, e che l’intelligenza sia solo uno dei possibili risultati, entro una grande quantità di risultati possibili.

Potrebbe anche essere che l’intelligenza stessa “non abbia alcun valore per la sopravvivenza a lungo termine” che costituisca più un limite alla sopravvivenza che una sua chance. E per come vanno le cose sul pianeta non mi pare un’idea tanto sbagliata. In fondo noi più che una specie intelligente apice dell’evoluzione, potremmo essere una malattia, un errore genetico, un tumore che può distruggere la vita sul pianeta.  Vi sembra una cosa tanto inverosimile?

Le soluzioni al mistero sono infinite e a tratti divertenti, meno una

Le soluzioni a questo “mistero” sono tante, diverse e anche divertenti. Alcune davvero pittoresche. Come ce lo spieghiamo questo silenzio? Ma intanto col limite temporale, esageratamente stretto, in cui noi operiamo la nostra ricerca. Da quanto tempo l’uomo civile cerca alieni, ci pensa, li immagina? Dall’antica Grecia? Dall’epoca dei Faraoni in Egitto? Parliamo di 4-5.000 anni, non di più. E cosa sono 5.000 anni rispetto al tempo dell’Universo? Una scintilla, un battito di ciglia? C’è chi pensa che i “presunti alieni”, che poi “alieni” potremmo essere noi rispetto a loro, potrebbero essere in letargo o una forza misteriosa sta impedendo alle civiltà altre di prosperare, oppure semplicemente, che sono lì da qualche parte nell’Universo, ma non vogliono saperne nulla di noi. Non vogliono incontrarci. Ben sapendo a che rischio potrebbero esporsi.

Sempre il fisico Alexander Berezin ha escogitato una sua spiegazione per la nostra apparente solitudine nell’Universo. Un’idea sicuramente terribile che, sulla base del paradosso di Fermi, egli stesso ha battezzato come la teoria del “primo ad entrare e l’ultimo ad andarsene”.

In un articolo recentemente pubblicato su arXiv.org, Berezin afferma che: “il suddetto paradosso ha una soluzione banale che non richiede ipotesi controverse, sebbene possa essere difficile da accettare, poiché prevede per la nostra civiltà un futuro ancora peggiore dell’estinzione”.

Secondo Berezin, la maggior parte delle soluzioni al paradosso di Fermi proposte finora definiscono la possibile vita extraterrestre in modo troppo limitato. “La natura specifica delle civiltà che sorgono nelle stelle,non dovrebbe importarci.”

In effetti, “potrebbero essere organismi biologici come noi o l’intelligenza artificiale che si ribellano contro i suoi creatori, o persino menti su scala planetaria, come quelle descritte da Stanislaw Lem in Solaris“. Il fatto è, per ora, che non siamo stati in grado di rilevare nessuna di quelle cose nel cosmo.

La distruzione progressiva dell’Amazzonia significa erodere le fondamenta della vita sul pianeta Terra

I primi a raggiungere la vetta e gli ultimi ad andarsene

José Manuel Nieves, sulla rivista scientifica spagnola ABC CIENCIA, cita sempre Berezin che parla dell’unico parametro che dovrebbe riguardarci. Ovvero della possibilità di misurare fisicamente la presenza della vita in uno spazio dato e ad una certa distanza dalla Terra. Berezin si riferisce a quella probabilità come “Parametro A”. Se questa ipotetica civiltà extraterrestre non riesce a raggiungere questo Parametro, sviluppando veicoli spaziali in grado di portarla fin da noi, oppure trasmettendo segnali nello spazio che giungano ai nostri ricevitori, noi non sapremo mai della sua esistenza. Semplicemente perché non c’è interconnessione fisica o visiva, che poi è la stessa cosa o quasi. Ma la soluzione “First in, Last out” di Berezin – dice Nieves, offre un’immagine molto più sfocata. “Cosa succederebbe”- si chiede il fisico nel suo articolo, “se si scoprisse che la prima forma di vita che ha raggiunto la capacità di viaggio interstellare era necessariamente dedicata a sradicare tutte le sue competenze, per alimentare la propria espansione?”

Qui il tema si fa interessantissimo. Ossia, una forma di civiltà molto sviluppata, possiamo quasi dire come la nostra, in grado di immaginare e di realizzare viaggi nello spazio e verso altri pianeti, potrebbe dedicarsi coscientemente o incoscientemente, alla cancellazione delle altre forme di vita. Un po’ come quando si costruisce un grattacielo o una villa hollywoodiana e si distrugge il formicaio sul quale viene edificata la nostra opera d’ingegno. Ma noi chi siamo? Le formiche direte voi. Che gli alieni distruggono senza pensarci due volte. Niente affatto. La tesi di Berezin è che le formiche sono le vite aliene. Noi siamo i distruttori, passati o futuri non sappiamo, di queste altre forme di vita che continuiamo a cercare mentre non ci rendiamo conto che le distruggiamo. Così come facciamo con gli insetti, i pesci, le varie forme di vita sulla Terra, così come facciamo inquinando i mari con la plastica e altri veleni, influendo sulla temperatura media, favorendo lo scioglimento dei ghiacciai, cambiando il corso delle correnti marine, interferendo con le leggi che hanno reso possibile la vita sulla Terra fino ad auto distruggerci. “Supponendo che questa ipotesi sia corretta“, scrive Berezin, “cosa significa per il nostro futuro? L’unica risposta possibile è invocare il principio antropico. Saremo i primi a raggiungere la fase interstellare, e molto probabilmente saremo gli ultimi a partire: First in, Last out.”

Micene. La Porta dei Leoni. Resti della civiltà micenea 1600-1100 a.C, la sua scomparsa decretò un momentaneo regresso culturale ed economico in Grecia

I distruttori della vita nel mondo

Se questa ipotesi così terribile ma -a mio avviso cosi affascinante- dovesse essere vera, noi saremo i vincitori di una corsa a cui non sapevamo di partecipare. Ogni nostra conquista e ogni nostro progresso si fonderebbe comunque sempre sulla distruzione indifferente di altre forme di vita, di altre esistenze. Noi continuiamo a immaginarle, fanciullescamente, come “ET” mentre non dovremmo usare i paraocchi e pensare sempre all’esterno del nostro mondo come un mondo, o dei mondi, paralleli. Il nostro inguaribile etnocentrismo si ripete su scala universale, come già ha saputo fare danni verso le altre civiltà dell’Africa, dell’Asia e dell’America. Ovunque arriva l’uomo occidentale, ma anche i russi e i cinesi fanno parte di questa “squadra” ormai a pieno titolo, si crea morte e desolazione, che noi chiamiamo progresso. Vedi l’Amazzonia, vedi l’Irak, vedi l’abbandono delle regioni agricole cinesi per creare “eccezionali e orribili” megalopoli. Distruggiamo relazioni sociali, economie, natura, vita e imponiamo la nostra tecnologia superiore a base di auto, treni super veloci, smart working, intelligenze artificiali, motori a petrolio (che serve comunque per produrre l’energia elettrica), sopraffazione, orari, incentivi, carriere, mafie e droghe, leggi e regolamenti che chiamiamo “civiltà occidentale”. Così ora stiamo facendo per lo spazio. Ma il gioco rischia di ritorcersi contro i giocatori.

Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

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