Dubai, Expò 2020. Il futuro è già qui!

Cronaca di un viaggio immaginario. In una settimana di ottobre 2021, visitiamo la grande esposizione universale, la prima in un paese arabo, con lo slogan: Connecting mind, creating the future!

Carlo Raspollini

TTT – 25 ottobre 2021

La splendida vista di Dubai dalla terrazza del ristorante Shangri – La

La prima sensazione, quando dallo sportellone del Boeing 777 esci nel finger dell’aeroporto, è quella di essere investito da un getto di un asciugacapelli a tutta velocità. Se avessi avuto delle gocce di acqua o di sudore sulla pelle le avrebbe evaporate in un nano secondo. Cosa impossibile perché arrivavo dalla cabina pressurizzata di un aereo della Emirates. Ovviamente l’aria condizionata ha mantenuto una temperatura ottimale per tutta la permanenza del volo EK098, da Fiumicino all’ Aeroporto Internazionale di Dubai. Arrivo alle 23.25 ora locale, dopo 6 ore di viaggio senza scali.

I voli Emirates offrono tre classi, come tutti più o meno, ma la prima classe è qualcosa di spettacolare. Costa quasi tremila euro ed è uno sballo. In certi casi puoi avere a disposizione una spa e anche la doccia. Non in questo. Viaggi comunque in una culla avana, circondato da ogni comfort, bottiglie di liquori, snacks e salviette umidificanti, che spuntano da differenti cassettini nascosti nel mobilio. Le attenzioni della hostess mi coccolano. Lei mi accoglie con lo champagne Moët&Chandon, servito in orribili flute vecchia maniera. Qualche caduta di stile la devi mettere in conto. Le signorine con cappello rosso e velo bianco, a ricordo delle consuetudine arabe, vengono da tutto il mondo e fanno gli stessi stressanti orari delle altre compagnie ma sono di una professionalità disarmante.

Un autista privato, in Mercedes scura, mi attende dopo il recupero bagagli, che fa un addetto per mio conto. È un servizio compreso nel biglietto. Mi portano all’hotel. Comincia così, nel lusso sfrenato, il viaggio nella città più superlativa del mondo. Qui tutto è grandissimo, altissimo, enorme, unico o meglio estremo. A partire dalla temperatura. Siamo al 25 di ottobre del 2021 ma potrebbe essere agosto dal calore esterno, che comunque non avverto, grazie al clima fresco che l’autista mi ha riservato. Sarei dovuto arrivare l’anno scorso ma la pandemia ha spostato Olimpiadi e Campionati ed ha spostato anche Expo’ 2020. La prima a svolgersi in Medio Oriente. Doveva essere l’evento in occasione del 50° anniversario della fondazione degli Emirati Arabi Uniti e invece… vabbé.

Burj al Arab

Al Burj al Arab, sono dentro una cartolina

Scendo in maniche di camicia e va benissimo. Mi avevano detto che la stagione era quella giusta per soffrire meno. Ottima sarebbe stata se fosse dicembre. Ma in quelle date di Natale e Capodanno i prezzi sarebbero stati ancora più alti del solito sia sui voli che negli hotel. Essendo nella città dello sfarzo, dove non si viene se si sta attenti al portafoglio, scendo nel massimo dei massimi degli hotel. Il Burj al-ʿArab, in arabo: ﺏﺮﺝ ﺍﻟﻌﺮﺏ‎, ovvero “Torre degli Arabi” (traggo da Wikipedia) uno degli alberghi più lussuosi del mondo, costato 650 milioni di dollari. Loro dicono sette stelle lusso, perché cinque gli sembrano poche.

All’ingresso una grande fontana accoglie gli ospiti. Veniamo omaggiati con un drink di benvenuto, mentre perdo di vista il bagaglio per mano di uno dei tanti fattorini. L’emiro e signore assoluto di Dubai, lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum fece rifare l’atrio dagli architetti Tom Wright e Huang Chu, cui l’hotel venne commissionato e furono aggiunte decorazioni in foglia d’oro su pareti blu, come il cielo notturno a Bagdad nelle “Mille e una notte”. Qui siamo in una favola. Due scale mobili laterali portano alla hall a pianta triangolare, che sovrasta l’ingresso, a 180 metri di altezza. Volgo lo sguardo in alto verso i 50 piani con le 200 camere, tra cui la mia.

Duemilatrecento dollari a notte. Ma le suites da quasi 800mq, con due stanze e due bagni, con ascensore privato, cinema, cucina, bar e ufficio incorporati, occupano un intero piano e costano più di 20.000 dollari a notte, compreso il maggiordomo personale di prima classe 24 ore su 24.

Ho cambiato 1.250 € per 5.000 Dirham. Non mi so regolare con le banconote e ne dò una da 200 al fattorino. Scopro poi che ho dato una mancia da 50 €. Un dirham equivale a 0,25 euro. Il tipo non ha battuto ciglio. C’è abituato.

Sono in stanza. Bella. Molto bella. Soprattutto comoda. Colori caldi soft. Bordò, avana. Precisa nei dettagli. La regolazione della temperatura. Una tv con canali da tutto il mondo e forse anche dalla luna. Asciugamani a iosa, un frigo bar fornitissimo, comode eleganti ciabatte, boccettine di shampoo, profumi, gel doccia, da mettere in valigia per ricordo. Verrebbe voglia di chiudersi in stanza per tre giorni, con ordinazioni in camera. Mi aspetta una notte dolcissima tra cuscini e lenzuola di cotone egiziano.

La mattina, dalla vetrata del 30° piano, vedo a perdita d’occhio il mare del Golfo Persico, le isole di Palm Jumeirah. Un mare senza infamia e senza lode. Ne ho visti di veri azzurri alle Maldive o nei Caraibi ma anche in Sardegna. Questo non ha nessun fascino. Prima una abbondante colazione buffet a bordo piscina e poi meglio andare all’Expò.

L’area dell’Expò 2020

Al Wasl, l’area dov’è Expò 2020, significa “connessione”

Per raggiungere l’area espositiva non penso di usare la metropolitana e nemmeno i taxi che pure sono economici e rapidi. Ho chiesto un auto a disposizione con autista, per tutto il tempo che resterò qui e me l’hanno accordata. Sappiate comunque che la metro è ultramoderna, automatizzata con due linee, la rossa e la verde, entrambe super efficienti. Da un lato all’altro la città misura una cinquantina di chilometri e si incontrano vaste aree ancora in costruzione, accanto ad altre ricche di palazzi, parchi, centri commerciali grandi come altre città.

La zona dell’Expò si trova ad Al Wasl, significa “connessione”. Bisogna andare verso sud, vicino al secondo aeroporto internazionale, chiamato come il sovrano: Al Maktoum. L’area sorge sul Dubai Trade Center- Jebel Alì, un quartiere fieristico di 4,38 kmq. Un tempo era un deserto.  Siamo circa a metà strada con Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti. Anche se ogni Emirato è amministrativamente indipendente, una certa sudditanza rispetto alla Capitale da parte dell’Emiro di Dubai è dovuta al fatto che le sue riserve petrolifere sono meno di un ventesimo di quelle di Abu Dhabi, i cui redditi dipendono meno dal settore idrocarburi, come negli altri emirati.

Non ha badato a spese il sovrano Mohammed, tanto poi in caso i cugini ripianano. Una metropolitana in grado di trasportare 36.000 passeggeri all’ora collega l’Expò con Dubai Marina. Io ci ho messo mezzora in auto dall’hotel ma con i mezzi pubblici si può impiegare anche meno tempo. Non ho portato telecamere con me perché qui non ti permettono di filmare se vedono che usi qualcosa di vagamente più professionale di un telefono cellulare. Quando oggi un cellulare ha le stesse caratteristiche delle telecamere più avanzate.

Cupola Wasl Plaza, cuore dell’Expò

Il progetto Al Wasl Plaza è di una società italiana

Mi trovo davanti il cuore della esposizione, ovvero Al Wasl Plaza. Una gigantesca cupola (130 m di diametro x 67 metri di altezza) che copre l’intera piazza, realizzata per 60 milioni di dollari dalla italiana Cimolai Rimond, che ha sede ad Abu Dhabi.  Sulla cupola l’immagine di tre cavalli che galoppano verso una meta imponderabile. Da qui si snodano tre viali a forma di petali, ognuno dedicato a un tema: mobilità, opportunità, sostenibilità. Qui sorgono anche tre aree fondamentali, il Padiglione dell’Innovazione, il Padiglione di Benvenuto e quello degli EAU, disegnato dall’architetto spagnolo Santiago Calatrava. Tutto costruito secondo i principi e le tecniche di sostenibilità ambientale.

Le Expò si tengono ogni 5 anni e questa segue quella di Milano. Solo con un anno in più per colpa del Covid19. Il virus è ancora con noi ma il vaccino ha già cambiato le abitudini nel mondo e qui nessuno ci pensa più. Tuttavia non sono state abbandonate del tutto le misure di sicurezza, le mascherine sono ormai un optional ma le distanze e l’igiene delle mani sono diventati un costume acquisito. A questa esposizione hanno aderito 200 partecipanti circa. Tutto il mondo in pratica: 192 paesi, 80 padiglioni, organizzazioni multilaterali, aziende, istituzioni. Così dopo il Covid ora è l’Expò che ci unisce tutti di nuovo ma questa volta per un fine più interessante. Entrare in connessione con la mente, per immaginare e costruire il futuro.

L’Expò è stata inaugurata con grande sfarzo il 20 ottobre, cinque giorni fa, terminerà il 3 marzo 2022. Sono previsti 25 milioni di visitatori e in questi giorni a Dubai, città di 4 milioni di abitanti, si raggiungono 5,5 milioni compresi i turisti. Il 75% di questi ultimi sono stranieri, soprattutto americani, che qui sono ben accolti. Dopo l’accordo strategico voluta dal principe Mohammed bin Zayed con il Governo di Israele, anche loro sono presenti in gran numero. Una novità per un paese arabo ma se connessione dev’essere, che sia a 360°. Atef Shqueri, commerciante, intervistato a Sky Emirati sostiene che questa svolta farà del bene anche ai palestinesi: “Siamo arabi ma se diventiamo amici degli israeliani e sediamo al loro tavolo ci ascolteranno. Intanto l’accordo ha fermato l’acquisizione della Cisgiordania!

Padiglione Tedesco

I padiglioni sono eco-sostenibili fin nella loro struttura

Il Padiglione della Germania lo hanno chiamato Campus Germany. È composto da moduli separati che convergono in uno spazio grande, quello della conoscenza. Qui ogni visitatore vive una esperienza personalizzata in rapporto con un software in grado di comprendere il linguaggio umano e dare risposte appropriate.

Il Padiglione del Lussemburgo sviluppa il concetto di economia circolare a quella di infinito. Si passa dalla parte inferiore a quella ecosostenibile attraversando una struttura attorcigliata a spirale. Una struttura che non ha un principio e non ha una fine.

La Repubblica Ceca ha realizzato un padiglione con dei dottorandi in architettura. Un sistema tecnologico sarà in grado di produrre acqua dall’aria sfruttando l’energia solare e coltivando un terreno desertico.

Nello spazio espositivo possono entrare fino a 300.000 persone, ipotizzando una presenza media giornaliera di 153.000 visitatori. In questi primi 5 giorni il dato è stato ampiamente superato ma la struttura regge alla prova dei fatti.

Il padiglione dell’Austria (nella foto qui sotto), costato quasi 5 milioni e mezzo di euro, è stato realizzato con un impasto argilloso mescolando sabbia, fango e creta. Materiali antichi come lo è la tecnica di costruzione.  L’idea dello studio viennese Querkraft Architekten è quella di ricreare un’oasi, un luogo dove sentirsi al sicuro, grazie a 67 tronchi di cono di differente altezza, arrivati direttamente da Vienna. Una intercapedine di sabbia e un tetto alto 15 metri, garantiranno una climatizzazione naturale riducendo la temperatura di 10° C senza ricorrere all’aria condizionata.

Interrompo il giro dei padiglioni per riprenderlo più tardi.

Padiglione dell’Austria

Un business in grado di cambiare l’intera area

I progetti di sviluppo degli EAU mirano a diversificare la loro economia. Staccarla gradualmente dalla dipendenza dal petrolio per cercare di dare sviluppo alle energie rinnovabili, nuove tecnologie, infrastrutture ecosostenibili. Mi trovo in un’area che sta nel cuore di Dubai South. In pratica una nuova città, su 145 kmq, sorge nei pressi del sito espositivo. L’Expò è costata agli Emirati 8 miliardi di dollari ma dovrebbe produrne più del doppio nei sei mesi previsti.  Ovviamente questa è stata vista come un’occasione per dare vita a modifiche strutturali della città. Innovazioni che prevedono attività molteplici, centri commerciali, uffici, 45.000 nuove abitazioni, 81.000 stanze d’albergo, una rete di interconnessioni, tutto alimentato da una centrale ad energia solare! Il tutto per 7 milioni di dollari di investimenti.

Nell’area sorge già l’Aeroporto Internazionale Al Maktoum, che diventerà il più importante del mondo per traffico smaltito: fino a 160 milioni di passeggeri e oltre 12 milioni di tonnellate di merci. Cinque piste compatibili con gli airbus, 64 piazzole di parcheggio e tre terminal passeggeri da 66.000 mq con dentro alberghi e centri commerciali. Tutto questo va ad aggiungersi al sito espositivo che resterà come patrimonio della città.

L’Expò è divisa in tre distretti tematici: opportunità, mobilità e sostenibilità. Sono i temi del presente ma anche del futuro. 204 padiglioni, tre souk, 200 ristoranti e punti di pasti veloci. Nel Village Expò ci sono 3.000 appartamenti, 1.500 stanze di albergo e residence e 8.000 parcheggi per coloro che qui vivono e lavorano per tutti i sei mesi.

Il Padiglione delle Opportunità è stato costruito dalla Cox Architecture, uno studio australiano. È uno spazio di 4.500 mq fatto interamente con materiali naturali: legno, corda, pietra (2.500 tonnellate). Sulla mia testa una corda intrecciata a spirale ne è la copertura. In tutto mi dicono sono 111 km di corda. In altre parole traduce in stile architettonico l’idea di connessione, della collaborazione, dell’intreccio tra popoli e culture per obbiettivi comuni. Non c’è traccia di cemento. Tutto è riciclabile.

Il Padiglione della Mobilità, realizzato dallo studio Fosters and Partners è una specie di siluro che diventa più spesso man mano che aumenta in altezza. Il tetto si vede come una piattaforma che spazia sull’intera Expò.

Il Padiglione della Sostenibilità è stato realizzato da Grimshaw Architects. Non è facile da spiegare. Vuole creare una struttura in grado di catturare l’energia del sole e l’acqua che si trova nell’umidità dell’aria, come se fosse una pianta. Una struttura auto sostenibile anche qui con 35° C all’ombra.

Padiglione Italia

Padiglione Italia: la bellezza che unisce le persone

Torno alla esposizione per completare il mio giro di padiglioni più importanti. Cominciando da quello italiano, che incontro vicino a quelli di India, Germania, Arabia Saudita, Giappone e Stati Uniti.

Il Padiglione dell’Italia a Expo 2020 Dubai è un’architettura ideata per mettere in scena con creatività e innovazione “la bellezza che unisce le persone”. Il progetto è firmato da Carlo Ratti, Italo Rota, Matteo Gatto e F&M Ingegneria.

Il progetto di Ratti, Rota, Gatto e F&M”, dichiara Paolo Glisenti, Commissario Generale dell’Italia per Expo 2020 Dubai, “ci permette di realizzare uno spazio non solo espositivo ma rappresentativo del migliore ingegno italiano, offrendo una memorabile esperienza ai visitatori, facendo vedere al mondo competenze, talenti e ingegni multidisciplinari che possono diventare promotori di nuove opportunità formative, professionali e imprenditoriali. Il Padiglione Italia è stato realizzato con il contributo di aziende partner – grandi, medie e piccole – chiamate a fornire le migliori componenti costruttive, impiantistiche, tecnologiche e scenografiche, capaci di dimostrare le competenze più innovative impegnate oggi nella sostenibilità, nell’economia circolare, nell’architettura digitale”.

Il Padiglione Italia si trova tra le aree tematiche “Opportunità” e “Sostenibilità” in una posizione strategica anche dal punto di vista dei flussi di visitatori. Si prevede infatti un afflusso di oltre 28 mila visitatori al giorno e oltre 5 milioni nei sei mesi dell’evento. La prossimità al parco, oltre a rappresentare un forte vantaggio in termini di attrattività, garantisce anche un’eccellente visione del padiglione, in quanto non vi sono strutture che ne ostacolano la visuale frontale e laterale.

La bellezza che connette le persone è un tema molto affascinante e racconta bene l’Italia. La biodiversità, la cultura e la creatività italiane campeggeranno, affiancate dalla bellezza del suo paesaggio, che difficilmente trova eguali nel mondo. L’idea è quella di presentare una versione umanistica dello stile di vita italiano contemporaneo, con una contaminazione tra arte, cultura, design, architettura, scienza e tecnica, presupposti imprescindibili per generare crescita economica, occupazione, sviluppo sociale.

Un modo inedito di promuovere i marchi del Made in Italy, ammirati in tutto il mondo e grazie ai quali l’Italia deve la sua unicità. Dubai Expo 2020 speriamo consentirà all’Italia di creare e intensificare reti culturali, diplomatiche, economiche con i Paesi dell’area Medio Oriente, Nord Africa e Asia Meridionale.  Questo padiglione è pensato soprattutto per attrarre i più giovani, i Millennial. La forma molto suggestiva è quello di un giardino all’italiana, dove tutti gli elementi si integrano nel paesaggio: piante, alberi, manufatti, mobili, architettura, video, coinvolgendo i sensi anche con suoni, musiche, immagini, luci. Si cerca di colpire l’emozione del visitatore, lasciare un senso di meraviglia, una sensazione di interesse come inizio di una conoscenza che non può terminare qui.

Il padiglione della Nuova Zelanda, disegnato dallo studio Jasmax di Auckland, riprende e rielabora l’idea dei “waka taonga”, contenitori scolpiti realizzati dagli indigeni Maori, che servivano a proteggere oggetti di valore elevato, regalati per rinsaldare relazioni e crearne di nuove, un tema fortemente legato a quello dell’Expo, “Connecting Minds. Creating the Future”.

Ispirato ad uno dei progetti del fisico e cosmologo Stephen Hawking il padiglione del Regno Unito fonde al suo interno poesia, geometria, effetti visivi. A disegnarlo l’artista inglese Es Devlin OBE che si è avvalso anche della collaborazione dello studio ingegneristico Atelier.

Padiglione della Svizzera

Gli svizzeri hanno scelto le tende dei beduini e le strutture temporanee che di solito adoperano per realizzare il loro padiglione. Costo circa 13 milioni di euro. Si chiama “Belles Vueues” e per la sua progettazione si è ricorsi all’apporto creativo dello scenografo svizzero Iwan Funk. Giocano un ruolo decisivo anche elementi interattivi e immagini, utilizzati per veicolare l’idea del futuro.

La costruzione è interamente sostenibile, composta da suggestive impalcature tessili. Il padiglione ospita anche molte mostre temporanee, che servono ad accendere i riflettori sulla Svizzera e sul settore dell’innovazione.

Incentrato sul tema della mobilità il padiglione della Polonia è ispirato alle migrazioni degli uccelli. Sono 2.000 mq di strutture lignee, simili ai container per la spedizione merci, circondate da aste di acciaio che sostengono migliaia di uccelli di carta. Visti da una certa distanza, rendono sfumati i contorni della costruzione. Quello che ha affascinato i dirigenti polacchi è l’idea delle migrazioni. Anche perché la metà, se non addirittura tre quarti, delle specie di uccelli che vivono nel mondo arabo nascono e fanno i propri nidi in Polonia e poi su base stagionale emigrano. Il Padiglione è costato 9 milioni di euro. L’intento è quello di far conoscere il “Made in Poland”, soprattutto il settore della produzione dei mobili e al tempo stesso promuovere case prefabbricate, che potrebbero diventare una voce importante dell’export polacco. Mostre temporanee integreranno quelle permanenti, realizzate in collaborazione con l’Istituto Adam Mickiewicz, con l’obiettivo di promuovere la cultura e la lingua polacca.

Il Padiglione della Polonia

Mi regalo un giorno in hotel, tra spa e saune

Rientra in hotel stanco ma eccitato per quanto ho visto. È come partecipare ad un gioco bellissimo. Creare il futuro. Anche quest’albergo è qualcosa di avveniristico. Forse saprete già tutto. Inaugurato il 1° dicembre 1999, alto 321 metri è il 48° grattacielo più alto del mondo ma non è l’albergo più alto del mondo, perché il JW Marriott Marquis Dubai e il Rose Tower sempre a Dubai lo sorpassano. Tuttavia nessuno può togliere al Burj al Arab la qualifica di opera più identitaria. La vela che sorge dalle acque è ormai il simbolo di questa città. Trovi la silhouette della vela anche sulle targhe delle automobili.

Vero è che sarebbe stato molto chic arrivare con un elicottero e atterrare sulla terrazza con trenta metri di diametro, magari non quando l’area è adibita a campo da tennis o da green per il golf. Nel 2005 Roger Federer e André Agassi fecero qualche palleggio, a scopo promozionale, sul campo di erba sintetica, attenti a non tirare la pallina troppo alta e a non avvicinarsi alle estremità, per non volare giù.

Al Mahara Restaurant

Ai primi due piani trovo boutiques e negozi, aree ricreative con grandi vetrate vista mare. Ad ogni piano una illuminazione colorata crea giochi di colori da luna park. Al primo piano ho dimenticato di dirvi che c’è uno dei ristoranti, l’Al Mahara, con uno degli acquari più grandi al mondo e 700 pesci tropicali che ovviamente non si possono mangiare. L’altro si trova all’ultimo piano, sospeso a 200 metri sul Golfo Persico, si chiama Al Munthaha.  Il terzo Bab Al Yam è a bordo piscina ed anche il più accessibile, come prezzi, dall’esterno ma sono sempre centinaia di dollari. Un ristorante buffet dove puoi servirti da solo con aragoste, ostriche, granchi, gamberoni, sushi, vongole, salmone, pesce spada e non finiresti mai di mangiare con gli occhi tutto quello che hai a disposizione sui tavoli.

Non posso esimermi da visitare la Talise Spa al 18° piano dove mi godo un bagno termale, sauna e massaggi. Lascio la piscina coperta perché è un assurdo stando qui. Potrei anche frequentare il Diwania Lounge con i biliardi e le biblioteche, area bambini e palestre varie. Ma voi capite che non fa per me.

Dubai Frame, incorniciare le bellezze della città

Una città tutta parco giochi per grandi e piccini

Il Dubai Safari Park è il nuovo zoo della città e mira a sostituire il vecchio, appena fuori città. Ospita 6.000 animali di 350 specie diverse, divise in aree tematiche come fossero villaggi. Può accogliere 15.000 visitatori al giorno ed è costruito per essere energeticamente autonomo ed eco sostenibile grazie ai pannelli solari posti nell’area parcheggio.

Da vedere ci sono varie cose, ma abbastanza concentrate in diverse zone a ridosso del quartiere Jumeirah e di altri quartieri più popolati. In buona sostanza ti muovi tra grattacieli, come il Burj Khalifa alto 800 metri, con un minareto a spirale, 100 dollari per entrare, poi ancora palazzi, negozi di Gucci, Tom Ford, Louis Vitton, Armani nel Dubai Mall, il centro più grande al mondo, un’ora per attraversarlo tutto. Un lago artificiale grande come sei campi di calcio, con i giochi d’acqua e musica e luci alle 18.30 di ogni sera. Poi zone residenziali, isole artificiali come Palm Jumeirah, con l’hotel Atlantis, sempre a forma di vela (ma non come quelle di Napoli) e il The World ancora da terminare.  Incontro tre ragazzi romani in vacanza con un’amica. Alloggiano al Rixos Hotel e vanno in giro con la bocca spalancata, come fossero caduti in un barattolo di crema di cioccolata. Passano da un centro commerciale all’altro filmando e fotografando, di nascosto. Al Dubai Frame cammini sui vetri, sospeso sul vuoto. Il Dubai Frame è realizzato in vetro, acciaio, alluminio e cemento armato. È posizionato in modo tale che da un lato ci sia la Dubai moderna, mentre dall’altro si possono vedere le parti più antiche della città. Secondo l’architetto Fernando Donis non voleva aggiungere altri emblemi a una città che ne aveva in abbondanza. Così ha pensato di incorniciarli tutti, per incorniciare la città. Ha costruito una cornice vuota di 150 per 105 metri per inquadrare continuamente lo sviluppo del passato, presente e futuro di Dubai. Un concetto di meta linguaggio per una metarchitettura.

Green Planet

Nei pressi c’è un parco che ospita i monumenti famosi delle città gemellate con Dubai. Alla Marina i ragazzi sono rimasti abbagliati dal Pier7, un palazzo tutto ristoranti. Al Green Planet, un grande museo botanico con foresta pluviale al coperto in cui vivono piante, uccelli e altri animali, i visitatori pagano un biglietto con un programma a seconda degli animali selvatici che vogliono conoscere meglio da vicino. Cosi con un biglietto da 25 a 90 euro puoi passare del tempo toccando estasiato camaleonti, tucani, pappagalli, koala, gechi, bradipi, tartarughe. Mi dicono che “qui è come stare nel quartiere più bello della città che ti piace di più, solo che Dubai è tutta così, è tutta bella!”

Sarà che sono anziano e alle cose belle e affascinanti sono abituato, essendo anche italiano, ma a me una città fatta di palazzi luminescenti e priva di un passato degno di questo epiteto, non mi conquista. Considerando che Dubai è nata dal deserto, in circa 40 anni, grazie al petrolio e allo sfruttamento di migliaia di operai indiani, pakistani e africani, scusatemi, fa impressione ma il risultato non è quello di un luogo dove vorresti vivere. Riconosco il fascino del lusso ma non mi seduce completamente. Ci vieni come una volta andavi al Luna Park. Luogo che comunque non mi è mai piaciuto neanche da bambino. Ma loro hanno vent’anni ed è giusto cosi.

Una panoramica di Dubai di notte, un gioco di colori che abbaglia, quanta energia ci vuole per dare tutta questa luce?

Sfida del futuro: fonti rinnovabili, acqua e rifiuti

Se lo dicono loro che hanno fatto fortuna col petrolio c’è da crederci: l’energia del futuro viene dalle fonti rinnovabili. Hanno destinato fino a 260 miliardi di dollari per realizzare pannelli fotovoltaici. Nei prossimi 5 anni l’offerta energetica dovrà crescere di 117 GW. Una città, Masdar City, è destinata ad essere la prima ad emissioni zero. Una città verde. La stanno ultimando. Stanno mettendo pannelli solari su ogni tetto e copertura in tutta Dubai entro il 2030. Si chiama Solar Roff Program. In un anno qui ci sono solo 5 giorni di pioggia. Vale la pena.

Chi altri fa così? Perché in Italia, in Spagna, in Grecia ma anche ai Caraibi, con la quantità di giorni di sole disponibile, non si fa altrettanto?  In Repubblica Dominicana, ma non solo, spesso l’energia viene a mancare durante il giorno per qualche ora. Far camminare le centrali elettriche con il petrolio comporta spese elevatissime e una dipendenza economica da altri Paesi fornitori del prezioso carburante. Pensate che significherebbe un Solar Roof Program in un’isola caraibica. La fine della dipendenza! L’autonomia energetica e la fine dei problemi per mancanza di energia. Finalmente non assisteremmo alla fine prematura di molti elettrodomestici, come conseguenza delle continue interruzioni di corrente. L’approvvigionamento pulito di energia elettrica incentiverebbe il turismo e anche ad abbandonare il consumo del gas per le cucine, facendo risparmiare le famiglie, che pure non hanno pochi problemi di sussistenza.

Masdar City, la città a emissioni zero

Gli EAU intendono raggiungere l’obbiettivo del 75% di energia prodotta da fonti rinnovabili (sole e vento) entro il 2050. È vero, c’è di mezzo nel loro caso anche una centrale nucleare, a Barakah. Quattro reattori con 1.400 MW ciascuno di potenza. Un impianto entrato in funzione da poco, realizzato da un consorzio coreano anche per diversificare ulteriormente le fonti di approvvigionamento.

La cosa non mi convince. Sono contro il nucleare. Comporta rischi enormi per l’ambiente. Però mi rendo conto che uno stato piccolo come gli EAU, deve giocare le sue sfide su più tavoli e non può permettersi di correre il rischio di restare a secco di energia, dopo questo popò di luna park che ha costruito per attirare turisti. Nel programmare il loro futuro le autorità di Dubai hanno pensato anche e soprattutto alle infrastrutture idriche. Sono stati stanziati 2,6 miliardi di dirham per un sistema di generazione, trasmissione e distribuzione di energia e acqua. 

Stessa attenzione ai rifiuti. In questi paesi del Golfo si producono 120 milioni di tonnellate di rifiuti. A Dubai ben 8,4 milioni e ne riciclavano solo il 25% fino a due anni fa. Stanno arrivando al 75%, riducendo anche le emissioni di gas metano dalle discariche. L’obbiettivo è produrre energia anche dai rifiuti, giustamente. Su questo hanno investito altri 2 miliardi di dirham.

Quello che stiamo costruendo è fondamentale“, spiega Khalid Sharaf, Direttore Commerciale Internazionale di Expo 2020, in un’intervista con la giornalista di Euronews, Rebecca McLaughlin-Eastham. “Abbiamo costruito un sito che ospita un grande evento. E dopo si trasformerà in un ecosistema che riunisce start-up e grandi aziende, conglomerati e impianti di ricerca e sviluppo, per creare un ambiente simile a quello della Silicon Valley“.

Ci occuperemo di intelligenza artificiale, Big Data e Internet of Things. L’Expo è costruita in una zona franca, un’area con una propria giurisdizione legale, che facilita l’insediamento e l’operatività delle aziende internazionali.”

Attualmente le aziende più grandi che guidano la crescita a Dubai e negli Emirati Arabi sono nei settori dell’immobiliare, la logistica, i viaggi e l’istruzione”, continua Khalid Sharaf.

“Ora, mentre ci muoviamo verso il futuro, queste saranno ancora le più grandi, ma aggiungeremo industrie che si occupano di intelligenza artificiale, Big Data e Internet Of Things…”.

Al Bastakiya a Deira (Dubai)

Quartiere Persiano, in cerca dei segni del passato

Ho deciso di scoprire una Dubai diversa. Anche per farmi perdonare dall’autista, che mi vede sempre sbuffare, propongo di andare al Quartiere Persiano. Dove c’è il mercato dell’oro e delle spezie, a Bastakiya. Al posto dei grattacieli, ci sono le caratteristiche case con il tetto chiamato “tasso”, grazie al quale il vento viene incanalato all’interno delle stanze per portare un po’ di sollievo dal caldo. Oggi però hanno tutti l’air conditioning.

A Deira, l’autista ormai esausto, spera di risvegliare in me un po’ d’interesse per il quartiere della città vecchia. Di quand’è? Del 1841, quando i coloni di Bur Dubai attraversarono il fiume (Khor) per dare vita a un nuovo villaggio. Capite? Ma che ne sanno di Venezia, Firenze, Roma, Napoli…. Ma basterebbe Matera! Un villaggio di pastori e pescatori di perle del 1840 dovrebbe suscitare impressione? Comunque è qui che per via dei commerci si trovarono a vivere popolazioni (povere) dell’Asia e dell’Africa, che grazie ai soldi dell’emiro, costruirono questa Las Vegas del futuro. Cosa vedere a Deira? Il souk. Ma dopo quello di Istanbul, di Marrakech e del Cairo ci può fare effetto il souk di Deira?

Ci sono quartieri “antichi” troppo ben tenuti. Il taxista mi svela che sono ricostruzioni. Al massimo qualche muro può essere originale. Hanno ricostruito tutto, case, locali, piazze. Chi non ha le antichità se le ricostruisce. Invece una cosa che mi piace la trovo sul lato nord di Al Khaleej Road. Il mercato del pesce, carne e verdure. Sui banchi i pescatori hanno messo una lunga fila di squali, tonni e pesci spada. Uno spettacolo della natura. C’è di tutto. Pescato e importato. I carichi arrivano nella notte e il meglio viene accaparrato dai ristoranti della città. Ovviamente.

Al Mercato del Pesce

Sempre a Deira si trova l’Heritage House, uno dei musei della città. Una classica villa coloniale con pareti esterne prive di finestre, un grande cortile interno sabbioso, sul quale si affacciano le camere, dove trovano posto sezioni delle mostre sul passato. Qui vedo oggetti, abiti, tappeti, mobili, ma anche tanta paccottiglia e segni della vita di un tempo della vecchia Dubai.  Dietro all’Heritage c’è Al Ahmadiya School, museo della storia educativa dell’emirato. Il Museo del Comune e il Museo delle Donne di Dubai, nei pressi del souk dell’oro, completano il quadro storico.

Nella periferia orientale di Deira si trova il Burj Nahar, una torre di avvistamento costruita nel 1870 che è una dei soggetti più fotografati e più popolari di Dubai. Si vede benissimo che la fortificazione è stata completamente restaurata nel 1992. Inizialmente venne costruita per proteggere la città dagli attacchi provenienti dal mare. Oggi è immerso all’interno di un grazioso giardino costellato di palme.

L’edificio più antico della città alla fine l’ho scoperto. È il Forte di al-Fahidi, costruito nel 1787, poco prima che scoppiasse la Rivoluzione Francese in Europa. Attualmente troviamo al suo interno il Museo di Dubai. Sull’onda di queste “antichità” il viaggio all’Expò di Dubai è terminato.

Alla prossima, a Osaka, sull’isola di Yumeshima, in Giappone. Dal 3 maggio al 3 novembre 2025. Il tema sarà “Delineare la società del futuro per le nostre vite”.

AVVERTENZA. I dati, i personaggi e le informazioni che trovate in questo articolo sono in parte veri e in parte un’opera di fantasia. Le vicende di viaggio sono ambientate in un futuro ipotetico, anche se abbastanza possibile.

Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

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