A Bahia de Las Aguilas importanti sviluppi per il turismo

Il nuovo presidente Luis Abinader ha annunciato investimenti in questo Paradiso incontaminato della Repubblica Dominicana.

Carlo Raspollini

Se c’è un posto che lascia senza fiato, visitando la Repubblica Dominicana, è la Bahia de las Aguilas. Almeno per un italiano, ovvero per uno che dovrebbe essere abituato alla bellezza e nulla mai lo sorprende. Una lingua di 8 km di finissima spiaggia bianca baciata da un mare trasparente, poi chiaro, poi turchese e verde e infine di un blù cobalto. Questa è la vista dalla collinetta che sovrasta la baia. Altrimenti ci arrivi dal mare per 50€, con una lancia che sbatte forte sulle onde, attraversando un complesso roccioso con piccoli faraglioni. Appena oltre la playita di Cabo Rojo, sono appollaiati pochi marinai noleggiatori, presso tre ristorantini in capanne di legno e foglie di “palma cana”, secondo la tradizione criollas, affacciati sul mare.

Ci arrivi d’un colpo, doppiando il capo e tutto quel bianco e quel blu, con il sole brillante a 40° C ti stordisce. Un posto così non l’avevo mai visto. È quello che dicono tutti. Non sono le Maldive, non è Bali, non è la Thailandia o le Seichelles, è unica. Non c’è quasi mai nessuno. È un parco riserva naturale super protetta. Non ci resisti più di tre ore. Ti tuffi ma non sfuggi al sole. Cerchi un po’ d’ombra sotto i mandorli ma il calore ti avvampa attorno. L’acqua nella bottiglia si scalda in mezzora se non hai la borsa frigorifero.  Non pensare di passare per la strada, è una traversata di poco più di un’ora ma in un’aria infuocata, senza riparo. I noleggiatori lo sanno e se glielo chiedi sorridono pensando a cosa vai incontro. “Fai pure” pensano tra sé, “tanto qui devi tornare!”

La strada non sarebbe male. È sterrata ma buona. Una 4×4 “todoterreno” la fa comodamente e anche una moto. Ma se hai una berlina non ci provare. La prima salita è quella che ti blocca. Qualcuno, immagino chi, la mantiene in disordine, con solchi profondi scavati da un torrente di acqua che non c’è. Qui piove solo 5 giorni l’anno. Lo scavo è profondo, ad arte, le ruote ci affondano e rischi la coppa dell’olio. Allora torni nella piazzetta e posteggi, prendendo la barca.

I dominicani sono circa 10 milioni, amano il proprio paese ma qui ci arrivano a fatica. Amano di più bagnarsi nei fiumi di cui la loro terra è ricchissima e lo fanno senza togliersi la canottiera o la T shirt per non abbronzarsi. Per distinguersi dagli haitiani è importante mantenere quel colore nocciola chiaro, ambrato, che ha reso famosa la pelle dei caraibici, un popolo di grande seduzione, fisica e spirituale.

Pedernales, una città di confine

Il paese di Pedernales è a mezz’ora dalla Baia. Chi arriva con il bus di linea non si rende conto che significa. Poi devi trovare qualcuno che ti porti alla Baia. Il risparmio che hai ottenuto se ne va in scomodità. Con un auto o una moto a noleggio invece è un attimo. Attorno ci sono parecchi siti naturalistici interessanti, per chi ama le zone selvagge. La Laguna di Oviedo per esempio, con acqua salata tre volte più del mare e molto pesce a disposizione. È una delle mete del birdwatching, ma tra le sue fitte paludi di mangrovie si possono avvistare aironi reali, aironi azzurri, aironi bianchi maggiori, gabbiani, spatole rosate, scolopacidi, pellicani, pappagalli e meravigliosi fenicotteri rossi. Nelle grotte (cuevas) del Parque Nacional Jaragua si possono vedere pitture rupestri di 3000 anni prima di Cristo, con figure di animali, donne con testa di uccello, pellicani, il Sole e la Luna. Le grotte sono a 10 km a est della cittadina.

Le strade dalla Capitale sono buone. Nemmeno troppo trafficate ma sono sempre 330 km. Magari fino a Barahona e Banì trovi traffico poi sei nel nulla, ma bello. Un ambiente secco. Si perde la vegetazione ricca tropicale tipica dell’isola: palme, banani, avocados, manghi, mandorli e restano erbacce e pianure battute dal vento e dal sole. Una volta qui si estraeva la bauxite. Quello che resta delle miniere lo vedi andando verso la baia, passando vicino a Cabo Rojo. La terra è rossa, anche quella della strada e fa un certo effetto in contrasto col mare blu e il cielo azzurro.

Laguna de Oviedo

Pedernales si chiama così per via di un rio sulla frontiera con Haiti, dove si trovano pietre di quarzo giallo, le chiamano “pedernal”. I “tainos”, la popolazione che abitava l’isola prima che gli spagnoli li sterminassero, le usavano per farci le punte delle frecce.  La zona è arida ma alcune coltivazioni sono vicino ai corsi d’acqua e ai canali artificiali, più per assicurare una sopravvivenza che per avviare commerci. Cotone, fagioli, banane, manì (un frutto secco), yuca, caffè, platano, mais, tabacco e cocco.  La spesa dominicana la puoi fare ma se hai un ristorante europeo a Pedernales devi andare a farla in un supermercato a Banì. Guidare per 247 km, circa 4 ore di macchina all’andata e 4 di ritorno. Ora si comincia a pensare che aprire un mercato di alimenti per americani ed europei sarebbe necessario per sviluppare il turismo, altrimenti i ristoranti e gli alberghi non sanno come sfamare i turisti. Non puoi mangiare sempre aragosta e lambì a pranzo e a cena, anche se non è poi così spiacevole.

La frontiera con Haiti sembra la porta dell’Inferno

A pochi chilometri c’è Haiti. I rapporti sono sempre stati un po’ complicati tra i due paesi. Quando sorse la frontiera ci furono molti scontri, era la metà del XIX secolo. Ora tutto appare tranquillo ma i dominicani tollerano appena il milione di haitiani che vivono da questa parte dell’isola, non senza che questo impedisca di farci affari. Per esempio le balle di “aiuti al Terzo Mondo” che arrivano ad Haiti, per lo più vecchi vestiti dismessi da americani e canadesi, diventano un’occasione di vendita degli haitiani ai dominicani. Vanno a finire nei mercati popolari alla periferia di Santo Domingo. Così funziona. I paesi ricchi regalano agli ultimi della Terra i loro scarti, e questi li fanno diventare occasione di commercio.

Haiti è il paese più povero del continente americano.  Dei circa 9 milioni di abitanti solo il 3,4% ha la speranza di arrivare a 64 anni. Il reddito annuale è di 1.300 dollari l’anno. Sui 229 paesi della Terra occupa il posto 203. Siccome piove sempre sul bagnato se capita un terremoto o un uragano arriva piuttosto ad Haiti e non da altre parti. Nel 2008 ci sono stati 4 uragani: Fay, Gustav, Hanna e Ike provocando 330 morti e dispersi. Martedì 12 gennaio del 2010 un terremoto di maginitudo 7 Mw ha sterminato 222.517 persone, lasciandone tre milioni senza casa. Si fa presto poi a chiamare casa una capanna di fango e paglia, che certo non ha capacità antisismiche.

Ecco perché a Pedernales molti haitiani vengono a fare lavori umili: donna delle pulizie, raccolta di immondizia, prostitute, camerieri e braccianti sottopagati. Tornano a dormire a casa loro ogni notte. Raro vederne qualcuno grasso. Gli haitiani “son todos flacos” ma è la fame non lo sport. Li riconosci anche perché sono neri come il carbone, i loro tratti somatici sono indubbiamente africani. Hanno l’aria dimessa di chi dura tanta fatica per campare. Ma non manca loro l’orgoglio e l’amore per il proprio paese. Prima della firma del trattato di divisione territoriale, nella prima metà del XX secolo, nella regione del Lago Enriquillo e di Pedernales ci furono scontri sanguinosi. Il Governo dominicano si vide costretto a una colonizzazione forzata della regione, tanto inospitale quanto bella. I primi insediamenti risalgono al 1927. Pedernales nacque solo nel 1957.

Un’oasi italiana lontano da tutto

Ancora adesso qui vivono in pochi, non arrivano a 35.000 abitanti, ma da qualche anno si trovano degli europei. Ho conosciuto Gianni milanese e sua moglie Viviana originaria di Trento, proprietari dell’Hotel Pedernales – Italia. Ricordo che passare il 1° gennaio facendo il bagno alla Bahia de las Aguilas fu qualcosa di indimenticabile. Quando prenotai la stanza Gianni mi chiese se potevo portare loro gli ingredienti per il tiramisù, oltre a salse e pasta e un po’ di spumante. Li ho trovati in un Supermercato a Santo Domingo, ma non i savoiardi. Stare da loro è come un’oasi d’Italia lontano dal mondo. Sono amabili, generosi e disponibili ad agevolare il turista europeo. Una piacevole zona d’ombra nella natura assolata. La comunità straniera non haitiana è piccola e si conoscono tutti tra loro, si aiutano, si fanno compagnia, come dei carcerati volontari al confino in un Paradiso naturale. Aspettano fiduciosi lo sviluppo della zona, sanno che prima o poi dovrà arrivare.

Investimenti per milioni di dollari stanno per arrivare

Sono almeno 5 anni che sento parlare di sviluppo a Pedernales. Sicuramente i dominicani lo sentiranno anche da più tempo. Ora col nuovo presidente Luis Abinader sembra che la cosa prenda consistenza. La controversia è sempre la solita tra chi vuole mantenere inalterato l’ambiente e chi lo vuole sfruttare per motivi turistici ed economici. Il problema è trovare il giusto compromesso. La zona di Bavaro Punta Cana ad est è certamente il polo turistico più importante del Paese e non credo si voglia ripetere quella tipologia di sviluppo, anche perché ce n’è già una. Il Parco Nazionale di Jaragua a Pedernales è di una tale bellezza che centinaia di hotel da 1000 stanze l’uno, distruggerebbe l’intera area per farne un “divertimentificio” che, alla fine, risulterebbe più dannoso che utile alla causa dello sviluppo. Il turismo necessita di differenti opportunità di spesa e di consumo perché diverse sono le esigenze future del settore. La Repubblica Dominicana può intelligentemente fornire un’offerta molto variegata da zona a zona e adatta ad ogni tasca e ad ogni cultura. Agli americani piace l’all inclusive e vivono asserragliati negli hotel tutti uguali, con ogni servizio. I russi hanno le ville megagalattiche nei residenziali sorvegliati 24 ore al giorno. Italiani, francesi e tedeschi amano le zone di mare più selvagge, almeno all’apparenza. Le villette monofamiliari in stile coloniale. I piccoli alberghi stile cabañas, le pensioni sul mare. Senza mega hotel vicini, con calette e percorsi da escursione a piedi, snorkeling, mare turchese.

Il Presidente ha fatto il suo giro in un fine di settimana per incontrare autorità e imprenditori della zona. È arrivato con un elicottero nell’aerodromo di Cabo Rojo, accompagnato dalla moglie Raquel Arbaje e dalla figlia maggiore. Con lui c’erano anche i Ministri della Presidenza Lisandro Macarulla, e José Ignacio Paliza, il Ministro del Turismo David Collado, dell’Ambiente e Risorse naturali Orlando Jorge Mera e quello della Salute Pubblica Plutarco Arias. La presenza di tutto lo staff ha un solo significato: ci mettiamo la faccia. Hanno annunciato investimenti per cento milioni di dollari nei prossimi due anni. Saranno investimenti sia pubblici che privati, a partire da un aeroporto. Di solito è il primo impianto strutturale che porta turismo. Abinader ha assicurato che le aree protette non saranno toccate dagli investimenti e che si pensa a uno sviluppo secondo il modello dell’ecoturismo. Ha infine assicurato che una commissione del Banco Agricola sta valutando dove aprire una succursale nella zona, per consentire agli agricoltori di avere accesso ai prestiti. Durante la sua permanenza ha pernottato all’Hotel Eco del Mar.

Pernottamento al Resort de charme Eco del Mar

“Eco del Mar Resort De Charme and Luxury Villas” è il tipo di albergo eco sostenibile che ci vuole in questa zona, per niente invasivo. Sono 15 suites in tende da campo ampie (tra i 55 e i 136€), doppie o quadruple, per una sola famiglia, per la coppia di innamorati o per coppie di amici. L’unico neo non tutte hanno il bagno in camera. Così l’ha voluto cinque anni fa Aldo Meroni, imprenditore di Forte dei Marmi, che ha visto lontano. Le tende sono in Playa de la Cueva, al confine con il Parco. C’è centro di bellezza e spa con talassoterapia, un’unità medica, un bar, il ristorante ma per mangiare in camera, uno spazio commerciale, un campo da tiro di golf, uno da tennis, si possono praticare sport acquatici e a cavallo, trekking. Si può atterrare in un eliporto come ha fatto Louis Abinader o arrivare in macchina.  Gli ospiti possono contare su un servizio di maggiordomo, camerieri e bambinaia. Il progetto è stato ideato e disegnato da Gianfranco Paghera, Claudio Landi e Giuseppe Timperio, architetti italiani, secondo i parametri forniti dal Ministero del Turismo assieme a quello del Medio Ambiente. Nel rispetto delle bellezze naturali del posto e in prospettiva di uno sviluppo che forse arriverà presto.

Ma le intenzioni non erano queste. Aldo Meroni aveva comprato nel 2012 il terreno prossimo alla Baia per 235 pesos al metro (3,40€ attuali), includendo una parcella di 43.000 metri quadri, un’altra di 61.000 e una ancora di 92.000. In base all’idea del 2012 si parlava di almeno due progetti, uno per 2.275 stanze con una densità di 6 stanze per ettaro, che doveva estendersi su 200 mila metri quadrati; un altro con hotel boutique di 228 stanze. Non se ne fece nulla. Credo che quella vicenda segnò la fine di ogni idea di super hotel nella zona. Almeno così si spera. Prima di andarsene tuttavia il Presidente ha fatto un annuncio.

Eco del Mar, l’interno di una delle suites

Questo è il momento di fare progetti per il futuro

In parecchi, come è normale in democrazia – ha detto Abinader- sono critici verso qualsiasi cosa proponga il Governo ma qui ora non c’è turismo e tuttavia sono questi i momenti in cui dobbiamo progettare. Lavorando forte adesso questo progetto di hotel per un totale di tremila stanze si realizzerà in due anni e mezzo!” Per investire però un privato ha bisogno di infrastrutture che assicurino il successo degli investimenti. Per questo il Presidente ha parlato di un aeroporto ma non solo. Ha anche aggiunto: “In caso che non si trovino società alberghiere del settore privato disposte a investire, si creerà una commissione di garanzia, perché lo Stato possa iniziare a costruire, con la necessaria trasparenza. Poi arriveranno le società e i fondi che vorranno comprare e acquisire questi alberghi.”

Dopo un bel pranzo di mare nel Rancho Típico La Cueva de las Águilas, il Presidente ha incontrato gli impresari fissando i principi del progetto di sviluppo e affrontando tutti gli impedimenti che fino ad oggi lo hanno reso difficile, prima di fare ritorno a Santo Domingo.  

Carlo Raspollini
Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

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