Il Teatro è un salva vita

Da sempre specchio delle nostre esistenze, potrebbe essere un utile antidoto ai mali della società. La casa di tutti dove si deve imparare a convivere e a collaborare, cosa difficile ma inevitabile se vogliamo cogliere l’occasione di costruire un futuro diverso.

Emanuela Giordano

Tu ami il teatro?  Atto unico, quattro ore, hai fame, sete, ti scappa la pipì, ma non importa, resti al tuo posto, attento, a prescindere?

Io non lo amo di questo amore assoluto, ma sono sicura che amo il teatro per quello che ha regalato all’umanità e quindi anche a me: lo stare insieme e insieme riflettere su quello che siamo da sempre, disperatamente alla ricerca di amore, impauriti dalla morte, ambiziosi di potere, gelosi fino alla follia di ciò che crediamo nostro, quando nulla invece lo è davvero.

Nel teatro l’uomo si è guardato allo specchio e lo ha fatto e lo fa, ancora oggi, ripetendo un rito, se ci pensate, straordinario: ritrovarsi in un luogo dove tutti possono partecipare, emozionarsi e sentirsi parte di una comunità. Ecco, il teatro è questo. O può essere questo. Se si vuole. Un luogo laico, ma sacro, di condivisione umana. Il pensiero l’ho fatto mio, anche se la frase l’ho rubata ad un’amica scrittrice.

Il teatro greco di Efeso

Una cavea semicircolare che assomiglia a un abbraccio

Quando ho visitato Efeso, uno dei siti archeologici più straordinari che abbia mai visto, ho avvertito un tuffo al cuore. Quella cavea semicircolare poteva accogliere fino a 25.000 esseri umani, sospesi in una bolla dove il rapporto tra spazio e tempo non era quello di tutti i giorni, era qualcosa di più. Tu che arrivi dal mare, tu mercante di spezie o di tessuti sei il benvenuto, tu pescatore, levatrice, maestro, povero, ricco, nobile o contadina, accomodati. Il teatro univa tutti, quella cavea semicircolare, studiata per un’acustica perfetta, assomigliava ed assomiglia ad un abbraccio.

Da allora tutto è cambiato ma oggi più che mai, noi, esseri urlanti, presuntuosi e ignoranti come capre, spaventati e resi fragili da questa disastrosa pandemia (e da poteri finanziari che ci sovrastano e marcano sempre di più la differenza tra grandi ricchezze e disperate povertà), noi che siamo ridotti proprio male, del teatro avremmo un gran bisogno. Il teatro dovrebbe essere, appunto, quello spazio laico di condivisione umana capace di accogliere tutti, senza pregiudizi, preconcetti, schieramenti, divisioni di censo, di casta e di genere.  Ora, prima che venga definitivamente ucciso dal Covid e da una politica culturale che, mi dispiace dirlo, è ferma a quarant’anni fa, ora abbiamo il dovere di accudirlo e valorizzarlo, ma soprattutto ripensarlo come se fosse la nostra casa, una casa con le porte spalancate, dove ti senti anche tu un po’ proprietario delle mura, responsabile del suo funzionamento, come se ci avessi investito i tuoi risparmi, e i tuoi sogni.  Il teatro come la casa di tutti, dunque. Non esistono più gli oratori delle parrocchie, le case del popolo e i collettivi di base, si moltiplicano le tifoserie violente, i ghetti sociali, la miseria e una disperante solitudine.  Il teatro può e deve riflettere sulle ragioni del suo esistere, può e deve mettersi a servizio di un mondo stremato e confuso, senza la pretesa di dare risposte, di profetizzare il domani, di tenere l’indice alzato con supponenza intellettuale, escludendo il resto del mondo. Io nel mio piccolissimo, quando ho avuto la fortuna di coordinare e dirigere sei teatri della cinta metropolitana di Roma, ho provato a farlo. Non è stato semplice superare i pregiudizi, non è stato facile far passare l’idea che il teatro è casa mia ma anche casa tua e quindi bisogna trovare un modo intelligente di coabitare, e di convivere, creando gruppi di lavoro “misti” (operatori, tecnici, attori, autori, professionisti e non) con obbiettivi comuni.

Investire sul teatro significa incrementare occasioni di crescita

Oggi si investe su questo? E domando: vengono fatti incontri costanti con le associazioni culturali del territorio, le scuole, i gruppi di teatro, di danza e di musica anche amatoriali per ascoltare esigenze e suggerimenti, intercettare la meglio gioventù e aprirle le porte? Si investe su questo?  Si realizzano percorsi che coinvolgono la città, dentro e fuori i teatri? Passeggiate musicali e d’arte, itinerari narrativi, laboratori di scrittura e di messa in scena per i grandi e per i piccoli, introduzione al mondo della lirica, educazione all’ambiente attraverso il teatro, la musica, la danza, la poesia, il canto. Attività creative per gli anziani e per le persone con difficoltà.  Si investe su questo? I nuovi autori e le nuove leve di critici si conoscono tra loro? E hanno modo di confrontarsi con il pubblico e con gli artisti? Non immagino tavole rotonde ma tavole imbandite di cibo e di idee, dove finalmente ci guardiamo negli occhi, ci conosciamo e cerchiamo di capire cosa abbiamo visto accadere in scena, cosa vorremmo vedere e capire perché a volte, in teatro, ci annoiamo mortalmente. Si investe su questo?

Sono sempre andata a teatro. Ho visto spettacoli di Strelher, Ronconi, Fo, Proietti, Benigni, Cantor, Peter Brook, Arianne Mouskine… teatri tenda, teatri di piazza, teatri all’italiana con i lampadari di cristallo, si respirava comunque l’idea che quello che stavamo vedendo ci apparteneva, ci stupiva e ci stimolava, ci spingeva oltre, ci dava energia e motivo di riflessioni, di crescita.  Oggi si riflette su questo?

Il teatro scopre il vuoto e il silenzio e, viceversa, va a riempire di suoni, colori e contenuti le strade

Il futuro è già qui ma c’è un vuoto di cultura e compartecipazione

Il futuro parte da ieri: o almeno immaginiamolo da oggi. Perché non cominciamo intanto a mettere in scena spettacoli con durate contenute e allestimenti scenici leggeri, mobili, intercambiabili? In modo da poter arrivare ovunque e replicare più di una volta al giorno, per prepararci a un distanziamento “socievole” e mai sociale che può durare ancora a lungo?  Una sola parola d’ordine: coinvolgere, includere, triplicare la fantasia e le capacità tecniche per allargare l’offerta con minore spesa. Un direttore di un teatro pubblico deve, per prima cosa, essere un punto di riferimento a tempo pieno, a disposizione della collettività artistica e della cittadinanza attiva, pronto a prendersi la responsabilità di scelte difficili per tempi difficili, capace di mettere in relazione esperienze artistiche anche europee ma anche nate dentro “casa “.

Il teatro in carcere assolve a diverse funzioni e collega l’istituzione carceraria con la realtà esterna

Mi immagino un teatro vivo che dialoga con scuola, quartieri, biblioteche, fabbriche…

Proviamo ad immaginare un teatro che sia in grado di ricompattare, stimolare ed ascoltare, 24 ore su 24, il mondo che lo circonda. Non una sola classe sociale protagonista, non una sola generazione ma il mondo tutto, un teatro che sappia lavorare gomito a gomito, con scuole, comitati di quartiere, biblioteche, associazionismo, formatori, musicisti, pittori, fotografi, danzatori, attori e registi, capaci di mettere da parte il proprio ego smisurato, cancellando l’illusione di essere dei profeti, per tornare sulla terra, osservarla ed accoglierla. È ora di sfruttare spazi abbandonati per un cavillo burocratico, è ora di offrire lavoro (pagato) a giovani artisti, formatori e operatori sulla base delle loro capacità.  Il teatro non è il divano buono, sotto cellophane, che si espone solo quando arrivano a farci visita i parenti ricchi. Pensiamo a come rendere vivace e vitale ogni centimetro di quartiere, ogni porzione abbandonata di esistenza. E alle nove di sera che vada in scena lo spettacolo.  Forse a quel punto ci sarà anche un nuovo pubblico pronto ad applaudirlo.

Per un teatro di inclusione sociale

In questi giorni mi sono chiesta: perché fare teatro e soprattutto per chi?  Ho ripensato al teatro del 900.  A chi si rivolgeva?  Alla borghesia. Il teatro le faceva da specchio, stanava le ipocrisie, la pruderie, le ambizioni, la negligenza, la sete di potere e di denaro, ma ne metteva in scena anche i valori ideali, la costruzione di un’architettura sociale basata, almeno teoricamente, sul merito e non sulla stirpe, per esempio. Il teatro segnalava la crisi dei legami parentali, della patria potestà, del ruolo della donna, officiava un rito di intelligenza e di apertura al nuovo, dissacrante e spudorato e smascherava la falsa morale di una borghesia che, però, tutto sommato, amava anche farsi “fustigare” per diletto, per vezzo, in un gioco di rimandi e di allusioni che animavano i salotti ma non sempre incidevano nelle coscienze. Nonostante tutto, in questa relazione dialettica di amore ed odio, di sguardo sbieco tra palcoscenico e platea, il rapporto è stato vitale ed intenso, fino a superare le barriere, i confini architettonici, il golfo mistico, la quarta, immaginaria, parete. Il teatro è stato, per duemila anni e più, un rito collettivo insostituibile, spazio laico della condivisione umana. 

Il teatro viene portato in strada per dialogare con i cittadini

La pandemia ha accentuato tutte le crepe, le crisi, i problemi

Ora, facendo un balzo in avanti, omettendo tutto ciò che già sappiamo, mi domando quali funzioni, oggi, il teatro è chiamato ad assolvere? Il pubblico è altro da allora. Oggi, dopo l’arresto delle attività produttive, la crisi ha messo a nudo la fragilità di un sistema capitalistico che nessuno può più definire avanzato. In Italia ci sentiamo sospesi sull’orlo di un precipizio, nonostante gli sforzi e il lavoro del governo per recuperare capitali e fiducia. Se prima si faticava ad arrivare a fine mese ora spesso si fatica ad iniziare la giornata, demotivati e in ostaggio di una finanza globalizzata, senza volto e senza, quindi, assunzioni di responsabilità. Una finanza a cui non interessa la tutela del libero mercato, la dignità del lavoratore, il rispetto delle regole, della natura, degli animali, della donna e dell’uomo.   La pandemia ha accelerato questo processo di impoverimento sociale e culturale.  Non è una frase fatta, è la verità: oggi siamo più soli.  Per non avvertire il peso di questa solitudine ci bombardiamo di serie tv, veicoliamo sui social il nostro malessere, la rabbia e la paura che non trovano risposte. In tutto il mondo il sottoproletariato urbano, il grande escluso, resta confinato in slum, sobborghi, favelas, che, in linguaggio asettico e ipocrita, definiamo urbanizzazioni informali. Laggiù i morti per corona virus neanche si contano.  Le nostre periferie, negli anni, hanno beneficiato di una certa attenzione, sono stati costruiti teatri, strade, fogne ed allacci. Per le scuole ci sono volute le lotte ma si sono realizzate anche quelle, quasi ovunque, e sono un baluardo contro il degrado, penso, tanto per fare un esempio, alla Scuola Media Falcone, nello Zen di Palermo. il degrado delle nostre periferie, quindi, è meno evidente, rispetto per esempio a tutto il Sud America, ma basta entrare, restare, conoscere (viverci soprattutto) per capire che un gran numero di cittadini è ostaggio di un isolamento culturale (oltre che economico e sociale) devastante, vittima di estremismi deliranti, di populismi strumentali, terreno di scampagnate pre-elettorali al limite del ridicolo.  Le uniche iniziative di senso, nelle periferie, vivono grazie alle associazioni di volontariato, al terzo settore, termine incolore che non restituisce la generosità e l’energia di chi crede ancora nelle comunità pensanti, nella relazione tra persone, nel mutuo soccorso, nell’accoglienza dinamica.  E poi ci sono, per fortuna, le scuole e le parrocchie (non tutte ma alcune di sicuro) e i teatri, pochi ma fondamentali.  Ecco, non si dovrebbe ripartire da lì?  Da noi?

Non uno spettacolo a sé stante ma laboratorio, fucina di scambio e creatività

Oggi è indispensabile immaginare e praticare un teatro che sia in grado di ricompattare, stimolare ed ascoltare, 24 ore su 24   il mondo che lo circonda. Non una sola classe sociale protagonista, non una sola generazione (che sia di giovani o di vecchi, fa lo stesso) ma il mondo tutto, la gente tutta.   Oggi, in Italia, occorre sostenere, finanziare e monitorare un teatro che sappia lavorare gomito a gomito, ogni giorno, con scuole, comitati di quartiere, biblioteche pubbliche, associazionismo, formatori, musicisti, pittori, fotografi, danzatori, attori e registi capaci di mettere da parte il proprio ego smisurato, cancellando l’illusione di essere dei profeti, per tornare sulla terra, osservarla ed accoglierla. È ora di fare dei piani di intervento coraggiosi, aprire il teatro dalla mattina alla sera, a tutte le forme esperienziali d’arte, che mettano in relazione cittadini di ogni età, genere e condizione sociale. È ora di sfruttare spazi abbandonati per un cavillo burocratico, foyer, sale prove, piazze, palestre e quant’altro. è ora di snellire la burocrazia e moltiplicare l’attività quotidiana, militante e di qualità, ovunque esista un teatro pubblico. È ora di fare i conti con quello che possiamo fare, tutti, dando lavoro (pagato) a giovani artisti preparati, selezionando formatori e operatori sulla base delle loro capacità.  Il teatro non è il divano buono, sotto cellophane, che si espone solo quando arrivano a farci visita i parenti ricchi.  Anche perché i parenti ricchi si sono estinti. Giovani, vecchi, laureati e disoccupati, professionisti, artisti e preti, si anche loro, (tanti sono ancora gli eredi dei Milani, Franzoni, Diana, Puglisi, dei veri guerrieri, di cui oggi dovremmo ripercorrere le ragioni e l’esempio), li vedo rimboccarsi le maniche e passare le notti a ragionare come rendere vivace e vitale, ogni centimetro di quartiere e di paese, ogni porzione abbandonata di esistenza. E alle nove di sera che si apra il sipario, che vada in scena lo spettacolo, quello “ufficiale“.  Forse a quel punto ci sarà anche un nuovo pubblico pronto ad applaudirlo.

Una manifestazione spettacolo organizzata con e da disabili per sensibilizzare la società in Azerbajan

Un teatro necessario, come un salva vita

Mi ha colpito molto l’affermazione di una regista, morta da poco, un’artista che conoscevo ed ammiravo, a cui mi piacerebbe fosse dedicato un teatro, una strada, una piazza. Parlo di Cristina Pezzoli. In un’intervista disse che il teatro per ottenere sovvenzioni deve dimostrare di essere necessario come un salva vita. Di un salva vita si conoscono i risultati sulla base di ricerche, esperimenti e statistiche, il teatro non è suffragato da dati scientifici e non si può neanche utilizzare come parametro il numero di spettatori paganti perché altrimenti vivremmo sotto il ricatto degli spettacoli con artisti di chiara fama. Come ben sappiamo la popolarità conquistata con un talent ma anche con un dignitoso sceneggiato televisivo non sempre (solo qualche volta) corrispondono ad una qualità sulla scena. Dunque come fare? Credo che un teatro sovvenzionato debba dimostrare di saper conquistare la fiducia del pubblico, facendolo sentire a casa propria, parte attiva di un progetto. Troppe volte ho sentito in questi anni, ragazzi ed adulti uscire da teatro (dopo un falso classico magari) dicendo “Non c’ho capito niente. Mi sono addormentato. Non mi ci vedono più qua dentro.”  Ora non si può piacere a tutti e non si può essere capiti da tutti, ma se il pubblico scappa o si addormenta qualche motivo ci sarà.

Il teatro come palestra di soddisfazione delle necessità di tutti

Ricordo che, appena diplomata all’ Accademia d’Arte drammatica, chiesi al Centro Internazionale di ricerca teatrale, che operava nel Teathre des Bouffes du Nord a Parigi se potevo assistere alle prove del nuovo spettacolo di Peter Broock che si allestiva in quel giorni. Mi dissero che purtroppo, alle prove, il regista faceva assistere solo gruppi di bambini di dieci anni. Se si distraevano o si addormentavano voleva dire che c’era qualcosa di sbagliato. Attenzione: non se non capivano, perché si può anche non capire tutto e subito ma restare comunque abbagliati, affascinati e quindi attenti. Per ottenere questo miracolo non conta la chiara fama televisiva o la notorietà conquistata sui social, conta solo l’arte, la capacità di incantare degli artisti in scena.  Ecco, forse è questo il teatro a cui si riferiva Cristina Pezzoli, ma, dato che non è corretto strumentalizzare le parole di chi non può contraddirmi, preferisco affermare che questo è il teatro che io reputo un salvavita, perché ti fa partecipe e testimone di un’esperienza unica, che ti arricchisce, ti stimola e ti tiene sicuramente sveglio. E, sempre per cercare anche altri esempi su cosa si può intendere per Salva vita teatrale, ricordo una bella esperienza di pochi anni fa. Siamo nel 2015. il Piccolo Teatro e il Teatro Ringhiera di Milano collaborano ad un Festival dedicato alle nuove opere teatrali: il Play Festival. La sottoscritta, che dirigeva ma soprattutto coordinava le attività di cinque teatri del Comune di Roma, chiede di partecipare al progetto, nella speranza che anche altri teatri, in Italia, aderiscano. Abbiamo trasformato, per alcune settimane, i teatri della periferia Romana e il Teatro Torlonia in palestre per la conoscenza del teatro contemporaneo: pubblico, studenti del Dams, critici teatrali, teatranti e operatori, insieme al pubblico dei quartieri, si confrontavano sul linguaggio, la comprensione, la necessità. Questo accadeva prima e dopo lo spettacolo, mangiando insieme, bevendo, discutendo.

El Sistema di José Antonio Abreu, l’Orchestra di bambini di Caracas

Alcuni esempi di “ensemble” creative

Mi viene in mente l’orchestra giovanile di Caracas, nata dal El Sistema di José Antonio Abreu, che ha coinvolto bambini provenienti dai Barrios più poveri e penso anche all’orchestra  Sanitansemble del Rione Sanità di Napoli, nata e cresciuta con lo stesso metodo.  Non sono esperienze salvavita queste? Potrei citare esperienze straordinarie a cui ho partecipato e partecipo ma non sarebbe corretto, preferisco allora ricordare che tra poco andranno in giro dei camion, che si trasformano in teatri di strada. Spettacoli per bambini e spettacoli per tutti, in mezzo alla gente. Ci sarà musica ed allegria, perché non c’è bisogno necessariamente di ricordare al pubblico che siamo depressi. Lo sa già da solo.  Forse è più importante ritrovare l’energia per non soccombere e combattere insieme per un futuro decente. Un tempo avrei affermato che il pubblico si deve abituare solo al teatro vero, che si esprime nel suo luogo deputato. Ho abiurato qualche anno fa, mettendo in discussione le mie fragili certezze e mi sono ritrovata in strada anche io, grazie al Progetto Migranti. Del resto, della mia esperienza non dico altro, ma di una cosa sono certa: Teatro, Scuola e Quartieri devono lavorare insieme. Qualcuno lo fa e lo fa bene ma non basta.

Sentirsi parte di una comunità pensante

Credo che dovremmo riflettere sui danni di un teatro supponente. Assistiamo ad una gara di esibizionismo, a chi la spara più grossa. Sembra vincere chi grida più forte, anche in scena, sembra. Io invece credo che essere fragili e vulnerabili sia un “super potere”.  Lo dice anche una canzone. Non voglio andare a teatro perché qualcuno mi spieghi la vita, dando per scontato che io sia un’idiota, non ho bisogno di pulpiti da cui qualcuno mi grida, paonazzo, la sua verità. Voglio emozionarmi, sentirmi parte di una comunità pensante, vibrante, voglio condividere uno spazio dove il tempo ha un altro valore, voglio dimenticare tutti i social che mi inducono a dire la mia, senza starci troppo a pensare, senza valutare le ragioni e i torti. Voglio pormi le domande di sempre, perché cambia il modo di dirlo ma noi restiamo gli stessi, terribilmente imperfetti.  Il teatro (e lo stesso vale per la musica e la danza) è gioco, è fantasia, è confessione di desideri e di pulsioni, è, quando sappiamo farlo, un rito laico che non richiede un officiante, che attiva la fantasia e la voglia di ritornare ed esserci, insieme agli altri.  Per essere “rivoluzionari” bisogna essere in ascolto dell’altro.

Usiamo parole semplici per affrontare problemi complessi

Uso parole semplici, volontariamente poco di moda: cerchiamo di stare insieme, di ascoltarci, di guardarci negli occhi.  Inutile contenderci l’osso già spolpato, creare fazioni, ripensiamoci come uomini e donne, come individui che appartengono ad una civiltà, ad una storia, ad un futuro che ha bisogno di noi.  Il teatro ha questo compito, è   slancio vitale, energia che rigenera.    Godere dei nostri miseri consensi cortigiani a che serve, a chi serve?    Il nostro teatro è cieco, senza le capacità divinatorie di Tiresia.

“Boost your event engagement”, un flash mob che coinvolge strati sociali e generazioni diverse

Il teatro può aiutarci a vivere meglio, ora che sappiamo quanto siamo fragili

Ripensiamoci più umili, approfondiamo il lavoro sull’attore, sviluppiamo le sue capacità d’ interprete, moltiplichiamo attività di teatro, musica e danza, con comunità contadine, montane, periferiche, penso al teatro povero di Monticchiello, all’epica teatrale che si realizza ad Assisi con seicento cittadini che creano costumi, scene, luci, testi.

Il teatro è la casa di tutti, smettiamola con la politica degli “eventi “, costruiamo un terreno fertile che garantisca continuità e futuro, anche dopo di noi. Il teatro deve offrirmi una ragione in più per vivere.

Il direttore di un teatro deve preoccuparsi non solo di fare una buona programmazione, deve aprire le porte dalla mattina alla notte, grandi spettacoli e piccole scoperte per chi si sente solo, escluso, inutile. Cambiano il nostro passo, guardiamoci attorno e rompiamo lo specchio che non ci racconta il vero. Possiamo provare a farlo anche a distanza di un metro l’uno dall’altro, se sarà necessario.

Vorrei che di tutto questo si parlasse.

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