Un futuro senza negozi grazie all’e-commerce?

Da alcuni anni si assiste alla chiusura dei piccoli negozi e delle botteghe artigiane e adesso anche i Centri Commerciali cominciano ad abbassare le saracinesche in tutto il mondo occidentale, a vantaggio dell’e-commerce.

di Carlo Raspollini

Nel 2017 Macy’s ha chiuso 100 Centri Commerciali, il 15% del totale, mandando a casa 10.000 impiegati, più i 4.000 già licenziati nel 2016. Sears Holding ne ha chiusi altri 63, alcuni in cogestione con Kmart, perdendo in Borsa oltre il 40%. La crisi dei Centri Commerciali sta allarmando l’America e non da segni di inversione di tendenza, anzi, si va allargando ad altri paesi occidentali, Italia compresa.  Nel 1987 negli Stati Uniti c’erano 30.000 Centri Commerciali, dove gli americani compravano il 50% dei loro consumi. Dal 2007 non ne sono stati costruiti più di nuovi. Secondo le stime degli esperti, nei prossimi anni chiuderanno altri 400 centri dei 1.100 ancora attivi. Nonostante questo dato, l’economia americana non andrebbe male, virus a parte, e ci sarebbero tutte le condizioni per un mantenimento del livello dei consumi, allora perché chiudono i centri commerciali?

Che stiamo correndo verso una crisi economica di dimensioni epocali, aggravata dalla pandemia ma i cui effetti già erano visibili prima, nello scontro dei dazi tra i maggiori paesi e le relative strategie commerciali. Il relativo stallo che permane per tutto l’anno in corso e forse per la prima parte del prossimo 2021, non lascia ben sperare per una ripresa immediata e completa. Le prossime elezioni americane comporteranno una ulteriore pausa, per quella economia, dovuta al  probabile cambio di guida. Non credo nella rielezione di Trump. Anche in Europa le ferite saranno recuperate solo dopo molti mesi o anni di cure. Sempre che cambi l’atteggiamento da punitivo in solidaristico della Comunità Europea, verso i Paesi membri in maggior difficoltà.

In Italia si cominciano a licenziare i dipendenti

Secondo i dati di Confimprese in Italia vi sono 948 Centri Commerciali, uno ogni 64.000 abitanti ma non sono ugualmente ripartiti sul territorio. Nel 2017 erano 947, con 10 chiusi e 9 aperti. A questi dobbiamo aggiungere 180 retail park e 30 outlet, secondo sempre lo studio Confimprese-Reno del 12 ottobre 2019. In totale parliamo di 1.158 strutture, con 79 progetti entro il 2022, di cui 38 nuovi Centri Commerciali. Tutto tranquillo? Niente affatto. Noi scontiamo solo un ritardo rispetto ai paesi anglosassoni ma la crisi è già visibile nei conti e nelle vertenze sindacali in atto. Anche da noi i Centri Commerciali rischiano la chiusura definitiva. Facciamo degli esempi. A Orzinuovi in provincia di Brescia, nel 2009 è stato inaugurato uno shopping center di tre piani, con trenta negozi, due ristoranti, una sala da bowling e un cinema multisala: Orceana Park. È durato solo pochi anni. Poi la crisi. Prima i negozi hanno cominciato a chiudere. Poi i ristoranti e per ultimo il cinema ha resistito ma alla fine si sono arresi e oggi è una cattedrale vuota nel deserto.

Ad Avellino ha chiuso l’Ipercoop passando la mano al gruppo calabrese AZ Market, che già gestisce 32 punti vendita nel sud. La nuova società ha tagliato i costi sopprimendo interi reparti e mandato a casa decine e decine di dipendenti. Ugualmente il Carrefour del Centro Campania ha chiuso i battenti mandano a casa 129 lavoratori più 15 addetti alle pulizie e poi la vigilanza. Stessa cosa per il gruppo Auchan, per la LIDL tedesca che conta 600 punti vendita in Italia. I primi a pagare la crisi per scongiurare la chiusura sono i dipendenti, poi eventualmente si chiude.

Salvare i piccoli negozi per mantenere un tessuto sociale

Nel quadro generale c’è anche chi cerca soluzioni alternative. La giunta provinciale di Trento dall’autunno scorso ha bloccato le nuove superfici di vendita sopra i 10.000 metri quadrati. Non vogliono insediamenti di grandi dimensioni, per non danneggiare l’economia dei piccoli commercianti e il tessuto sociale della comunità trentina. Per lo più una realtà montana composta da artigiani, piccoli negozi e un tessuto di scambi e di relazioni umane da preservare. Anche perché questo è un modello urbanistico che ha in sé evidenti vantaggi per la società e può benissimo diventare un modello da riproporre anche altrove. Perché dovremmo cedere ai modelli americani del tutto grande e del tutto in una volta? Tanto più se è quel modello lì adesso ad andare in crisi?

Da più parti si cerca di porre un freno alla dissoluzione del patrimonio commerciale dei piccoli negozi. Dal 2016 hanno chiuso soprattutto quelli del settore tessile e abbigliamento -20%; le ferramenta – 19,9%; i macellai -17%; le oreficerie e profumerie -17%; le librerie -17%. In totale hanno cessato la loro attività oltre 91mila piccoli negozi. Dal 2011 hanno visto ridursi i loro introiti di circa 7 miliardi di euro di vendite, a beneficio della grande distribuzione. Si sta facendo strada un temibile concorrente, che si sta mangiando sia i piccoli che i grandi negozi. È la concorrenza del commercio online. Tra il 2011 ed il 2017 il fatturato dell’e-commerce è cresciuto di 3,7 miliardi. In media, i consumatori acquistano 5 volte l’anno via web.

Quali sono le ragioni? 

1.La prima motivazione va vista nella sparizione progressiva della classe media che affollava i centri commerciali. I ricchi vanno nei negozi con grandi brand e costi alti, come Valentino, Gucci, Armani, Etro ed Hermes. Mentre i ricconi di tutto il mondo preferiscono fare la spesa in grandi magazzini glamour e la working class affolla i discount, la sempre più esigua middle class non è più in grado di assicurare i volumi necessari alla sopravvivenza degli shopping mall.

2.L’e-commerce sta sbaragliando il campo del commercio. Ci si rivolge ai vari e-bay ed Amazon per acquisti di qualsiasi genere, dai libri alle scarpe, dal telefono al vestito. La chiusura domenicale imposta ai negozi e gli orari angusti per chi lavora, favorisce l’e-commerce, che è anche meno caro e comodo. Ti portano il pacco a domicilio!

3.I costi di gestione sempre più alti nei negozi e nei centri commerciali, le misure di sicurezza, tutto incide a danno di queste strutture. Le cause principali dell’agonia dei centri commerciali sono: saturazione del territorio e sovrapposizione del bacino di utenza. L’ offerta identica e sovrapponibile. La fine del cosiddetto shoptainment, la somma di shop più entertainement, acquisto e divertimento.


Per molti osservatori non bisogna dare la colpa all’e-commerce, in quanto solo il 9% dell’intero mercato Usa va a questo settore, quindi non giustifica la “Apocalisse” dei centri commerciali. Il Movimento 5 Stelle , in Italia, individua nella legge del 2011, dell’allora Governo Monti, sulle liberalizzazioni degli orari, una delle cause del problema. I piccoli commercianti sarebbero stati schiacciati dalla grande distribuzione che può permettersi orari domenicali e festivi che a loro costerebbero troppo in stipendi e bollette. Ma non è con misure di retroguardia che puoi indurre cambiamenti nelle tendenze del mercato. È evidente che il tutto aperto 24/7 è il futuro. Vuoi o non vuoi questa è la tendenza e le tendenze del mercato le puoi indirizzare ma non le cambi. A meno che non cambi il sistema socio economico. In Cina possono cambiare una tendenza, imporre una linea. In quel paradosso di regime tra capitalistico e socialista. Non da noi.

Incentivi e meno burocrazia e imposte per i piccoli: questa è la strada!

L’unica soluzione sono i turni e gli incentivi verso i piccoli ma anche leggi che blocchino i Grandi Centri Commerciali oltre una certa dimensione e altre che consentano l’apprendistato, che riducano le tasse che opprimono l’artigiano, così come il piccolo commerciante. I negozi aperti dopo le 9 di sera, la domenica come il giorno di Pasqua, sono una grande libertà per il cittadino che ha orari e tempi di trasferimento tali che non gli consentono di fare acquisti in tutta calma. Io vivo all’estero, non in Italia e vedo che tutto funziona meglio quando puoi decidere tu quando comprare i chiodi o una camicia, così come fare la spesa. Si dice ma la famiglia deve essere aiutata. A parte che non credo che la famiglia vada aiutata solo per la questione orari domenicali. Mi pare che ci siano cose ben più importanti, per esempio una assistenza qualificata e economicamente degna per chi deve accudire disabili, le barriere architettoniche, gli asili nido, una scuola che preveda orari duttili e diverse ripartizioni nell’anno scolastico, come già avviene in gran parte d’Europa.  Forse può funzionare stabilire un certo numero di domeniche e festivi di apertura, in maniera che come per le farmacie, ci sia sempre chi è aperto. Comunque non bisogna lasciare che l’e-commerce si mangi tutto questo tessuto sociale. Significherebbe l’isolamento sociale in metropoli sempre più anonime e disumane. Questo è il futuro che dobbiamo scongiurare, le megalopoli, l’isolamento, il silenzio, la mancanza di solidarietà, l’eterodirezione, il controllo dei dati sensibili e privati a fini politici e commerciali.

Carlo Raspollini
Carlo Raspollini
Nasce a Follonica, in Maremma. Si laurea in Scienze Sociali a Trento il 12.12.1973 con una tesi di Psicologia Sociale sulle Comunicazioni di Massa. Inizia subito a collaborare in Rai a varie rubriche radiofoniche dal 1971. Partecipa a Per Voi Giovani, Retroscena, vari sceneggiati musicali, Inonda, La Civiltà dello Spettacolo. Dal 1989 arriva in televisione dove, come Autore e -a volte- Produttore e anche Regista, idea e partecipa a numerosi programmi, tra i quali: L'amore è una cosa meravigliosa, Tua, varie prime serate di spettacolo, poi inizia a collaborare a Unomattina e contemporaneamente a Linea Verde, Linea Verde Orizzonti, La Prova del Cuoco, Storie Vere, Ciao Come stai?, Vitabella più vari speciali quasi sempre su Raiuno. Dal 2016 vive a Punta Cana, Repubblica Dominicana , dove si occupa di eventi gastronomici internazionali.

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